Il caleidoscopio

Tutti conoscono l’oggetto in questione e molti, almeno una volta nella vita, ci hanno guardato attraverso. La luce, combinata con gli elementi di un caleidoscopio, ci rimanda giochi di colori e d’instabili forme: sempre nuove e diverse. Così com’è impossibile rivedere la stessa composizione in un caleidoscopio, in momenti diversi; com’è impossibile provare le stesse emozioni o percepire, in sintonia con altri, la realtà che ci circonda; così è difficile classificare in modo univoco la varia umanità che ci sta intorno.

Proviamo a dare, a persone o comportamenti, una veste fantastica.

Da dove partiamo? Dal quotidiano condiviso.

Sappiamo che, in una realtà lavorativa, c’è di tutto. Essendo uno spaccato della società v’insistono, stratificate: per genere e per età, diverse personalità. Si ritrovano, fianco a fianco: educazione e villania, arroganza e correttezza, egoismo e generosità, competenza ed ignoranza, l’amico e l’avversario, il leale e il fellone, il partecipativo e l’indifferente, il giusto e lo scorretto, l’adeguato e l’inetto, umanità e gratuita cattiveria, orgoglio e meschinità, … ; con conseguenti azioni miserevoli o generose. Scegliamo l’azione o la persona da raccontare.

Come procedere?

Prendiamo in prestito: da un romanzo, un racconto o altro, dei personaggi noti e descriviamoli (a modo nostro e senza riferimenti espliciti a chi o cosa ha stimolato la nostra scelta – i riferimenti alle persone reali non devono esserci). Il sesso non importa; aspetti di un personaggio femminile possiamo trovarli in un maschio o viceversa. Non importa se tutti riconosceranno la stessa persona (o parti di essa), l’importante è che ognuno identifichi il tipo (anche in se stesso).

E’ un gioco e non si vince niente. Solo la consapevolezza della varietà dei vizi e delle virtù che ci sono tra noi e in noi; e di come in un acquario, contro degli avannotti, ci si può atteggiare a squalo, anche se si è solo un pesciolino rosso.

Comincio io; parto da “I promessi sposi”, e dal notissimo: Don Abbondio

Prendendo spunto dal romanzo italiano per antonomasia, non si può fare a meno di pensare a don Abbondio. Compare subito nella storia, appena dopo il lago di Como; e diventa centrale nel determinare lo sviluppo degli eventi.

Con “… tornava bel bello …” sembra quasi capitato per caso tra noi; quasi infastidito di esserci e di avere un ruolo – in fondo gli basterebbero i vantaggi: perpetua compresa. Da improbabile guida spirituale della sua comunità, con il suo “… il coraggio non se lo può”, non se lo “deve” dare; rappresenta la negazione dell’ufficio a cui è chiamato.

In molti hanno sorriso della sua goffa vigliaccheria, ma, in tanti saranno d’accordo con lui: “In una battaglia non mi ci colgono, oh! In una battaglia non mi ci colgono”; e, anzi, potremmo ritrovarli col nostro curato nel chiedere: “Cosa comanda?” e “ … Disposto… disposto sempre all’ubbidienza” anche senza sapere cosa stanno accettando. In fin dei conti basta che si allontani dai propri passi – magari per spingerlo sotto quelli degli altri – il pericolosissimo sassolino.

Per finire, tranquillizziamo i tanti don Abbondio, tra noi (ed in noi) perché invece dell’eccessivo: “Bisogna essere parsimoniosi con il proprio disprezzo, a causa del gran numero di persone che lo meritano (Chateaubriand)”; ci basta il più indulgente zoo di Troisi che, tra leoni e pecore d’orbace memoria, sceglie l’orsacchiotto.

(pubblicato su Quattro Venti n°6 pag.3)

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