Crack finanziario e pensione ignota

La crisi economica non favorisce un investimento pensionistico complementare, che comunque va valutato  nel  lungo termine ed è doveroso chiedere regole migliori, maggiore flessibilità, investimenti più mirati e soprattutto etici, ovvero che s’investa in aziende che rispettino l’ambiente, i lavoratori. Proprio i fondi d’investimento (non solo quelli pensionistici)  mediante le banche sono tra le cause principali delle speculazioni sulle materie prime (cereali, minerali, energetici) perché in cambio di un forte guadagno per sè e parzialmente per gli aderenti, speculano e diffondono povertà (le bolle delle materie prime ed immobiliari).
La bolla finanziaria nasce dalla grande quantità di capitali che entrano nel mercato per via dei tassi bassi. Nel mercato americano entrano grandi quantità di denaro asiatico i quali per non far rafforzare la loro valuta comprano titoli, assegni in bianco mai presentati all’incasso che hanno finanziato la grande bolla immobiliare” (Gabanelli a Report).  

 

La Ragioneria di Stato prevede che chi andrà in pensione nel 2050 avrà un assegno pari al 50% del suo stipendio attuale (nel 2005 era circa il 71%). I prodotti con componente azionaria soffrono di più della crisi, ma bisogna tener conto anche del contributo del datore di lavoro. Insomma trovare un’alternativa alla pensione pubblica è  oramai obbligatorio (purtroppo).

 

 

 

 

 

La sicurezza di ricevere una pensione pubblica dignitosa e di conoscere in anticipo l’importo mensile praticamente non esiste più. Solo il 40% dei lavoratori ha aderito alla pensione integrativa e si prova a renderla più appetibile con una minore tassazione sui rendimenti. Poter trasferire il fondo in un altro oggi è complicato e ciò non è un bene. 

 

 

 

 

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