E se fossimo migliori della sedia che ci contiene?

Sere fa è stato riproposto, su “La7”, il film di D. Damiani “Il giorno della civetta”. La trasposizione cinematografica, del romanzo di L. Sciascia, brilla, principalmente, per la censura che, nel 1968, stranamente, lo vietò agli under 18. Probabilmente per l’epoca, più delle braccia scoperte della Cardinale, far vedere un boss mafioso mentre entrava, durante un passaggio del film, nella sede della Democrazia Cristiana era, per qualcuno, un accostamento troppo azzardato. Oggi, non credo che le cose andrebbero molto meglio. Come minimo, scatterebbero, come un sol uomo: direttori, editorialisti di fama e “terzisti”, ad un tanto a battuta, contro la demonizzazione dell’avversario; ignorando l’assenza di riferimenti diretti e la triste realtà del nostro paese, che in tante regioni del Sud vede il Pubblico cogestito da malcostume politico/affaristico e criminalità. Ma, anche questa è un’altra storia.
Ritornando al film; Il lavoro, di Damiani, vagamente impegnato tratta, a modo suo, dei rapporti tra mafia ed affari, con un pizzico, come abbiamo visto, di politica.
E’ durante, il momentaneo arresto che, don Mariano – il capo mafia, esprime la sua personale filosofia di vita; stila una classifica dell’umanità. Intanto, in essa, non sono contemplate le donne: evidentemente, possono anche, come la figlia, studiare in prestigiosi collegi svizzeri ma, in Sicilia, il loro ruolo è, e deve restare – nel rispetto della tradizione, quello di servizievoli e sottomessi angeli del focolare o di puttane. Gli uomini, invece – e qui forse prevale Sciascia, a loro volta, sono divisi, in base ad un criterio morale, in: uomini, mezzi uomini, ominicchi, ruffiani (nel romanzo i piglianculo) e i quaquaraquà.
“… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, …gli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

Ora, credo che, tutti noi, insieme a Sciascia, ci accontenteremmo – indipendentemente dal genere d’appartenenza – di ritrovarci, con i nostri comportamenti, nelle prime due classi definite nel romanzo: uomini(donne) o mezz’uomini(mezze donne) ma, purtroppo, insieme al rumoroso starnazzare che ci circonda, probabilmente, nessuno di noi è scevro da qualche scivolata, se non nel pantano delle oche(paperi), tra le altre poco lusinghiere categorie.

Sono – mese più mese meno – passati dieci anni dalla nascita della nostra azienda e l’entusiasmo, con la sua travolgente carica propulsiva, che agitava, come in un potente motore di progresso, le centinaia di giovani che, per la prima volta, si affacciavano sulla scena lavorativa si è esaurito. Per molti di quei (non più) ragazzi, la loro creatività giovanile si è scontrata con l’aridità di schemi e destini, spesso – anche se non sempre e non per tutti, precostituiti. Quei giovani sono cresciuti ed hanno dovuto, giorno dopo giorno, fare i conti con la loro “linea d’ombra (La)” nella quale ineluttabilmente dovevano cadere. “… Uno chiude dietro di se il piccolo cancello della mera fanciullezza ed entra in un giardino incantato. La perfino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. …si è attratti dall’incanto…ci si attende di trovare…: un po’ di se stessi.
Si va avanti, allegri e frementi, riconoscendo le orme di chi ci ha preceduto, accogliendo il bene e il male insieme – le rose e le spine, come si dice – la variopinta sorte comune che offre tante possibilità a chi le merita o, forse, a chi ha fortuna. Si. Uno va avanti, finché ci si scorge di fronte una linea d’ombra che ci avverte di dover lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù. …”
Molti si chiedono come e perché c’è tanto scontento e disillusione; perché ci si fidi cosi poco di capi e rappresentanti. Io non ho risposte, non so se c’è stato dolo ho incapacità, in questo nostro anomalo paese e nel nostro microcosmo lavorativo. Non posso dire se l’ineluttabile scoperta del proprio limite, per ognuno, ci sia stata (ognuno rifletta sulla sua storia) o se, in questi dieci anni della nostra vita comune, si è assistito – ad un delitto di lesa gioventù – ad uno dei tristi ritornelli di un paese bloccato. Certo è che il generale e il particolare sono, ognuno, figlio dell’altro e che l’intorno che viviamo, anche quello lavorativo, rispecchia (accelerando, però, interazioni e processi) la società nel suo complesso. Ci sono – tra educazione e villania, arroganza e correttezza, egoismo e generosità, competenza ed ignoranza, amicizia e ostilità, lealtà e fellonia, partecipazione ed indifferenza, giustizia e scorrettezza, l’adeguato e l’inetto, umanità e gratuita cattiveria, orgoglio e meschinità, … ; con conseguenti azioni miserevoli o generose – piccoli uomini (donne); piccoli di cervello, studi e cultura che soffrono di manie (di solito di grandezza) e di complessi (di solito d’inferiorità), vivono in un ghetto mentale e sono, in genere nemici d’ambiti aperti e dinamici. Credono che facendo i/le “ruffiani/e” possono darsi, con un ruolo, quello che non troveranno mai in loro stessi: il rispetto. E’ frequente che, facendo branco, ricerchino un avversario/nemico comune da attaccare, ma su tutto vogliono – come i sicari di Macchiavelli – “compiacere il padrone”. Eppure, basterebbe poco: che ognuno, facesse la sua parte, contribuisse dicendo la sua; Lasciando spazio libero e trasparente al, sereno, confronto delle idee. Rispetto per tutti: per il lavoro che si svolge e per le identità che ognuno incarna – indipendentemente del ruolo che il caso e/o il merito ci ha assegnato. Non ci sarà mai nessuna scrivania, per addobbata che sia, che farà, di uno(a) dei pessimi, di Sciascia, un uomo(una donna). Rino Errico

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