Cgil, il futuro delle pensioni

di Morena Piccinini (da rassegna.it)

Ripristinare l’età pensionabile, modificare i criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione e la loro applicazione “pro-quota” a partire dal prossimo anno e non – come previsto dalla legge – retroattivamente su tutti i contributi, garantire un tasso di sostituzione delle future pensioni non inferiore al 60% dell’ultima retribuzione, anche attraverso il ricorso alla fiscalità generale. Sono queste alcune delle proposte (scarica il pdf con le proposte) presentate oggi dalla Cgil nel corso del convegno ‘Il futuro delle pensioni: più equità, più solidarietà, più sostenibilità sociale’. Una giornata di confronto sul tema che ha visto la partecipazione, tra gli altri, dell’esponente del Pdl, Giuliano Cazzola, e del vice segretario del Pd, Enrico Letta, e dove la segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini, ha sottolineato la necessita di “dare piena attuazione al protocollo sul welfare del 23 luglio 2007, votato da più di 5 milioni di lavoratori”. Pubblichiamo la relazione di Morena Piccinini

Fin dalla primavera avevamo intenzione di organizzare questa iniziativa. Abbiamo atteso tanto a lungo perché fino ad ora avevamo sperato di poterla realizzare in modo unitario, visto che buona parte delle riflessioni che proporremo sono patrimonio comune e anche buona parte delle proposte che faremo riprendono percorsi comuni. I tempi difficili che stiamo vivendo ci hanno impedito di realizzare questo obiettivo, ma dichiaro da subito che le nostre considerazioni sono a disposizione della ripresa di un possibile percorso unitario. a nostra intenzione oggi non è quella di somministrare una proposta blindata e rivendicazionista ma di proporre temi di riflessione e di discussione, ai quali cerchiamo per parte nostra di fornire anche le possibili e necessarie risposte, ma chiedendo anche il contributo di esperti e dei parlamentari oggi invitati.

Ciò perché sentiamo forte l’esigenza che sulla materia pensionistica possa ripartire un percorso più sereno di dialogo e di confronto, quel confronto che con l’attuale governo non siamo ancora riusciti ad avere. Sarebbe troppo dispersivo, anche per il breve tempo a disposizione, affrontare tutta la tematica previdenziale, così come diamo per conosciuta e già discussa la nostra posizione fortemente critica riguardo il Libro Bianco e il rapporto che lì viene evidenziato tra sistemi a ripartizione, da ridurre, e sistemi a capitalizzazione, da espandere.

Vogliamo invece concentrarci su alcuni elementi di prospettiva, sia per la previdenza pubblica che per quella complementare e su vere e proprie emergenze che, se non affrontate subito, rischiano di imprimere un segno negativo anche sul futuro, il tutto collegato al rapido arrivo del 1 gennaio 2010, data fissata per la piena operatività della modifica dei coefficienti di trasformazione nel regime contributivo.

Come CGIL siamo stati protagonisti della costruzione del grande e strutturale cambiamento di sistema costituito dalla riforma del ’95, non ne siamo pentiti, ma sempre più spesso ci chiediamo se il nostro paese meriti un sindacato così responsabile, che si fa carico di cambiamenti così profondi e prolungati nel tempo che, per funzionare effettivamente e mantenere le promesse di quelle intese iniziali, esigono un continuo e leale affidamento di tutti gli attori in campo, compresa le forze politiche e i governi che si succedono. Perché un sistema previdenziale è per sua natura molto complesso, è un patto tra generazioni che dispiega i suoi effetti in un arco di tempo medio-lungo.

Quello che è successo invece, dagli anni ’90 in poi, è stata una continua modifica e stratificazione delle regole, in prevalenza dettate dalla volontà di comprimere ulteriormente la spesa pensionistica nella lunga fase di transizione dal retributivo al contributivo. Al riguardo ricordo come proprio la nostra organizzazione avesse identificato nella estensione del pro-rata contributivo una possibile soluzione al problema della transizione e della netta cesura tra giovani e meno giovani uscita dalla riforma del ’95, e ricordo anche che la non riproposizione di quella disponibilità sia derivata solo dalla volontà di corrispondere ad una indisponibilità di CISL e UIL su quel tema e di mantenere un quadro di proposte condivise. Oggi non è più riproponibile, ma è chiaro che la spaccatura tra chi è inserito pienamente nel sistema retributivo e tutti gli altri diventa giorno per giorno sempre più evidente, producendo anche frequenti equivoci che si ripercuotono nell’analisi, nelle proposte e anche nelle ripercussioni dei singoli provvedimenti. Molti dei provvedimenti che si sono succeduti in questi anni hanno anche prodotto una rottura dell’equilibrio tra i diversi fattori che connotavano la riforma Dini, cambiandone in qualche misura il senso e hanno permesso l’aumento dell’impatto negativo sulle singole persone di fattori quali la disfunzione del mercato del lavoro o le alterne fasi dell’economia. Perché la Dini non aveva solo la funzione di stabilizzare nel tempo la spesa pensionistica in rapporto al PIL, risultato pienamente conseguito per ammissione di tutti compresa la stessa Ragioneria Generale dello Stato, ma si poneva obiettivi ben più ambiziosi quali la armonizzazione delle regole per tutti i lavoratori e degli oneri contributivi per tutti i settori. Così come il collegare la pensione futura alla intera vita lavorativa, e soprattutto alla contribuzione versata, aveva in sé l’obiettivo di una grande responsabilizzazione collettiva e individuale contro l’evasione variamente connotata e per una piena trasparenza di tutti i percorsi lavorativi, nonché per una stabilizzazione dei percorsi lavorativi medesimi. Il tutto nella piena conferma della validità strategica di un sistema pensionistico a ripartizione.

A 15 anni di distanza dobbiamo riconoscere che nessuno degli attori in campo è stato all’altezza di quelle aspettative e di quelle premesse, la responsabilità pubblica e privata si è mossa spesso in una direzione esattamente contraria, producendo scelte e comportamenti che hanno portato ad una totale destrutturazione del sistema produttivo e delle storie lavorative delle singole persone.

Oggi, tutti questi fattori che dovevano, nelle intenzioni delle parti sociali e del legislatore di allora, connotare in modo positivo il cambiamento strutturale di sistema stanno tra loro in un mix totalmente alterato e danno ai giovani una percezione del futuro previdenziale opposta e certamente non positiva. Un sistema previdenziale non può mai essere valutato solo sulla carta, riferito all’ideal-tipo di lavoratore e/o di pensionato. La realtà ci dice che in questi anni è aumentato il lavoro povero, la saltuarietà dei periodi lavorativi, il lavoro coperto solo parzialmente da contribuzione, per non parlare dell’aumento della evasione contributiva totale o parziale, la stessa previdenza complementare è partita in ritardo e non riesce ancora a intercettare esattamente i lavoratori che ne avrebbero più bisogno per conseguire una pensione decente. Insomma, sulla carta il nostro sistema previdenziale viene preso a modello anche in ambito europeo, nei fatti trasferisce sulle singole persone ogni rischio e ogni ostacolo incontrato durante la vita lavorativa; è indubbiamente lo specchio di quanto accade sul mercato del lavoro ma lascia sole le persone, nel mercato del lavoro prima e nel trattamento previdenziale poi, per questo diventa ogni giorno di più insostenibile socialmente.

Dobbiamo tutti porci una domanda fondamentale: in un sistema previdenziale complessivamente inteso, quante volte deve ricadere sui lavoratori il rischio del mercato? Questo rischio ricade non solo sugli investimenti nella previdenza complementare, che per definizione è legata al mercato, ma ci accorgiamo oggi che anche la rigidità con la quale nella 335 è stata prevista la rivalutazione della contribuzione pubblica ancorata al PIL, senza nessuna salvaguardia nei momenti in cui il Pil è negativo come ora, determina una penalizzazione del montante per tutta la vita futura. Almeno nel mercato c’è la speranza di recuperare in futuro con buoni investimenti!!!

Questi giovani, questi quarantenni, tutti costoro che sono inseriti nel sistema misto o contributivo si trovano a pagare il rischio invecchiamento della popolazione con la modifica dei coefficienti, il rischio derivante dalla crisi sul posto di lavoro, sulla retribuzione e conseguente contribuzione, ma anche sulla rivalutazione del montante, poi c’è il rischio finanziario sulla previdenza complementare e pure il rischio politico delle scelte fatte di volta in volta dal legislatore.

Così non va.

Il nostro primo obiettivo deve essere quello di ridare fiducia ai giovani e riallacciare un patto generazionale. Se chiediamo loro di versare il 33% di contribuzione alla previdenza pubblica più un altro 10-11% alla previdenza complementare, se chiediamo ai parasubordinati uno sforzo ancora maggiore perché spesso la contribuzione è di fatto totalmente a loro carico, dobbiamo garantire loro in primo luogo un reddito sufficiente per poterlo fare, in secondo luogo una sufficiente certezza del futuro e la sicurezza che questo salario e risparmio dedicato alla previdenza non serve solo per fare solidarietà alle generazioni anziane e per foraggiare i mercati finanziari. Per questo il nostro primo obiettivo è reintrodurre significativi elementi redistributivi e solidaristici indispensabili a ridare un senso al sistema a ripartizione.

Per fare questo bisogna però smontare dei luoghi comuni che vengono alimentati con il solo obiettivo di continuare a fare cassa tagliando le pensioni attuali e future. Il primo elemento da confutare è quello riferito alla spesa pensionistica, e alla tenuta finanziaria del sistema non solo nel lungo ma anche nel breve periodo. Tutte le riforme che si sono succedute nel tempo hanno prodotto più risparmi di quelli preventivati, tutte le variazioni contributive hanno portato a maggiori entrate di quelle inizialmente previste, con il risultato che gli enti previdenziali, tutti, sono diventati la cassaforte dei governi che si sono succeduti negli ultimi 10 anni.

L’esempio più emblematico è dato dal bilancio dell’INPS che chiude il 2007 con circa 10 miliardi di attivo, il 2008 con oltre 13 miliardi, ma anche in anni difficili come il 2009 chiuderà con 8 miliardi di attivo e viene fatta analoga previsione per il 2010. E’ possibile che con tutti i problemi che abbiamo già ora circa la adeguatezza delle pensioni in essere, la entità e capacità di copertura degli ammortizzatori sociali, le nuove pensioni povere che vengono ogni giorno liquidate …, ci sia una massa economica di questa consistenza che ogni anno si trasferisce dai contributi di lavoratori e imprese al bilancio dello Stato? Altro che assistenza … qui sono i lavoratori che fanno assistenza allo Stato. Per la verità i lavoratori non fanno assistenza e solidarietà solo allo stato … Quel bilancio presenta al suo interno evidenti e inaccettabili distorsioni da noi denunciate da parecchio tempo, come la forzata solidarietà che deriva dal travaso dei contributi di lavoratori dipendenti e parasubordinati verso tutto il mondo del lavoro autonomo e ora anche dei dirigenti d’azienda industriale, categorie che peraltro continuano a beneficiare di un tasso di sostituzione decisamente molto più favorevole rispetto alla contribuzione versata. Quindi potremmo dire che si esercita una solidarietà doppia.

Vorremmo che il tema dell’equilibrio finanziario per tutto il lavoro autonomo venisse meglio focalizzato da tutti i nostri interlocutori e dallo stesso governo, non solo perché le loro associazioni sono sempre in prima fila a chiedere maggiori vantaggi per i loro associati e riduzioni delle prestazioni per il lavoro dipendente, come avvenuto durante la trattativa che ha portato al protocollo del 23 luglio 2007. Peraltro, gli attuali versamenti contributivi uniti alla totale assenza di attenzione di quel mondo alla necessità di un sostegno di previdenza complementare, prefigurano una condizione pensionistica futura di tutto il settore del lavoro autonomo decisamente allarmante della quale nessuno parla, ma che porterà quei futuri pensionati nella condizione di evidente e generalizzata povertà ,almeno stando ai dati ufficiali e non permettendoci di sospettare circa le evasioni di vario tipo.

Ne parlo con preoccupazione perché è evidente che le speculazioni dell’oggi rischiano di diventare le speculazioni del domani nell’accesso alla assistenza che poi pagheremmo di nuovo noi tutti.

Riproponiamo quindi l’esigenza che si torni ad affrontare la discussione sulla parificazione della aliquota contributiva tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, auspicando che anche il lavoro autonomo cominci seriamente a pensare anche alla strutturazione di un vero secondo pilastro.

Nel frattempo, con un simile andamento del rapporto tra entrate e uscite, nel loro complesso, si pongono tre altre questioni che brevemente accenno: la prima attiene al fatto che la riforma degli ammortizzatori è pienamente fattibile utilizzando in primo luogo la contribuzione già versata a questo scopo; la seconda è quella di impedire nettamente che le vicende economiche del nostro paese, la necessità di rientrare dall’alto debito pubblico, facciano di nuovo partire le spinte al taglio della spesa previdenziale; la terza è quella che i risparmi realizzati di anno in anno dovrebbero essere utilizzati per l’insieme del capitolo previdenza e non distratti in altri capitoli del bilancio dello Stato, che peraltro non hanno nessuna attinenza neppure con il sociale in senso lato.

Insomma, l’assetto economico della complessiva spesa previdenziale è pienamente sotto controllo e permette quelle operazioni necessarie a rendere il sistema pensionistico più equo e più sostenibile socialmente. I grandi aggregati ai quali bisogna dedicare particolare attenzione sono tre: gli attuali pensionati a reddito basso, le donne e l’insieme del lavoro discontinuo, i lavoratori inseriti totalmente o parzialmente nel sistema contributivo. Pensionati: l’impoverimento progressivo del potere d’acquisto delle pensioni rispetto al momento della loro liquidazione è ormai stato dimostrato e acquisito da tutte le fonti. Ricordo che la bassa inflazione del 2009 produrrà presumibilmente un aumento nel 2010 inferiore all’1%, riportando in tutta la sua drammaticità il divario tra l’inflazione come registrata dalle fonti ufficiali e l’aumento reale dei prezzi, dei beni di prima necessità. Nell’immediato riconfermiamo la richiesta di allargamento dei beneficiari della cosiddetta quattordicesima, istituita nel 2007, per oltre 3 milioni di pensionati, in seguito alla trattativa che portò al protocollo sul welfare. Le modalità e i criteri con le quali si è strutturata quella misura dimostrano come sia molto più efficace, trasparente, rapida, senza costi aggiuntivi, a differenza di quanto avviene con altri interventi a sostegno delle condizioni di povertà, come la carta sociale. Per noi allargamento della quattordicesima significa coinvolgere nel beneficio pensionati percettori di pensione fino a 1000/1300 euro mensili, quella fascia insomma che unisce basso potere d’acquisto a una imposizione fiscale decisamente esagerata.

Le donne e il lavoro discontinuo: vogliamo trattare insieme queste tipologie di lavoratori perché non vogliamo fare riferimento solo all’innalzamento dell’età pensionabile delle donne: tema lungamente dibattuto, sul quale è chiara e conosciuta la nostra posizione di contrarietà al modo e al senso con il quale il governo ha proceduto l’estate scorsa per le pubbliche dipendenti. Al riguardo solo un riferimento alla contraddizione insita nello stesso provvedimento governativo: da un lato l’aumento coercitivo dell’età, dall’altro lato la sollecitazione alle pubbliche amministrazioni a licenziare lavoratori ancora molto giovani ma che hanno maturato i 40 anni di contribuzione.

Riconfermiamo la nostra richiesta: reintrodurre la flessibilità della Dini, nel senso dello spirito della Dini, che aveva unificato l’età per l’anzianità e per la vecchiaia, coniando un unico pensionamento flessibile proiettato al sistema contributivo nel quale, come si sa, l’età di pensionamento è neutra per definizione, perché introietta il sistema di incentivi e disincentivi.

Pensiamo poi che tutta la discussione sull’invecchiamento attivo debba portare a liberare la continuazione del lavoro, e il relativo rendimento pensionistico, anche oltre i 40 anni di anzianità e debba portare a prevedere coefficienti di trasformazione anche oltre gli attuali 65 anni e arrivare, finalmente, alla possibilità di uscita morbida dal lavoro cumulando part-time a pensione. Il tutto nel ripristino della libertà di scelta e non in una logica di obbligatorietà. Vogliamo piuttosto soffermarci sulla caratteristica del lavoro discontinuo, spesso femminile e ancor più spesso giovanile e su come questo si ripercuota negativamente sulla condizione lavorativa e ancor più sulla successiva condizione pensionistica. E’ questo che determina una età reale di pensionamento mediamente più alta per donne che per uomini, e che determina allo stesso tempo una pensione mediamente molto più bassa. Questa condizione storica al femminile, anziché ridursi, sta rapidamente estendendosi alla condizione giovanile e non solo e diventa quanto mai urgente costruire una rete di protezione reale, esigibile e trasparente.

Noi non siamo nostalgici della integrazione al minimo. Riteniamo invece che sia urgente sostenere le carriere fragili e discontinue durante la vita lavorativa per offrire a tutti la possibilità di costruirsi una pensione decente. Per questo riteniamo che sia necessario prevedere e rafforzare la contribuzione figurativa per tutte le situazioni già oggi previste di congedi parentali, oltre a riaprire il confronto sul sostegno alla genitorialità e al lavoro di cura sia in termini retributivi sia in termini contributivi. L’allargamento degli ammortizzatori è per noi una priorità, ma lo è altrettanto il principio della copertura contributiva per ogni indennità che venga corrisposta al lavoratore, a partire dalla una-tantum prevista per i parasubordinati che a oggi, oltre ad essere rivolta a pochissime persone, non è neppure collegata alla contribuzione figurativa.

Nella legge finanziaria attualmente in discussione c’è poi una norma che raccoglie in parte le nostre sollecitazioni, ma che rischia di produrre ulteriori diseguaglianze tra i lavoratori. Mi riferisco alla previsione, giusta, di offrire contribuzione figurativa per quei lavoratori che, percettori di ammortizzatori, vengano ricollocati con una retribuzione inferiore a quella precedente. E’ un giusto principio, che indubbiamente aiuta la occupabilità di persone in età matura, principio rovinato dai vincoli previsti: solo per chi ha maturato 35 anni di anzianità, solo se la retribuzione è inferiore di almeno il 20% di quella precedente, solo per chi sta percependo un ammortizzatore, con la conseguenza che chi ha appena finito la indennità di disoccupazione viene penalizzato nella possibilità occupazionale rispetto a chi sta ancora percependo una indennità. Anche questo ci dice della necessità di una riforma organica come stabilito dalla legge 247/07.

Ripeto, non siamo nostalgici della integrazione al minimo, e non pensavamo a quello quando nel protocollo del 23 luglio 2007 ragionavamo di come costruire le condizioni per garantire ad un tasso di sostituzione reale del 60% sull’ultima retribuzione. Pensavamo piuttosto a queste misure di sostegno alle carriere fragili, alla discontinuità, al lavoro povero e pensavamo ad una aliquota di computo più elevata rispetto alla reale contribuzione versata esattamente per questi periodi che, se protratti nel tempo, rischiano di unire la vulnerabilità in età giovanile alla povertà in età anziana. Pensiamo, inoltre, che non sia accettabile che ci siano lavori che, pur protratti per tutta una vita di lavoro, non permettono mai di superare l’importo dell’assegno sociale o ne sono a ridosso: mi riferisco a molti lavori svolti, guarda caso, prevalentemente dalle donne, come il pulimento, l’assistenza agli anziani, lo stesso part-time quando protratto a lungo, addirittura con gli attuali redditi si trova in queste condizioni anche parte del manifatturiero … Pensiamo che per tutte queste fattispecie debbano essere previste forme di integrazione dei trattamenti finanziate dalla fiscalità generale proporzionali agli anni di contribuzione versata: la proporzionalità tra integrazione e anni di contribuzione, oltre che rispondere a un elementare criterio di equità, è essenziale per mantenere i corretti incentivi all’emersione contributiva propri del sistema contributivo.

Il sistema contributivo e la revisione dei coefficienti del 2010
Nella discussione comune si è sempre portati a pensare al sistema contributivo in relazione solo ai giovani e proiettato nel futuro. Non è così. Il contributivo sta quotidianamente producendo effetti sulle persone e sui conti pubblici, purtroppo sempre sottaciuti gli uni e gli altri. La dovizia di particolari con la quale il sistema informativo propagandistico dell’INPS ci fornisce solo alcuni dati e non altri, non ci dice mai che nel 2009 ci sono già 750.000 pensioni liquidate col sistema misto o totalmente contributivo, che sono in larga misura liquidate a donne sia nella vecchiaia che nella invalidità (ben il 68% delle invalidità liquidate a donne è nel sistema misto), che la stessa INPS prevede oltre 200.000 pensioni all’anno liquidate in pro-rata dal 2010 in poi, che il risparmio realizzato è di oltre 300 milioni di Euro all’anno, a crescere. Soprattutto, pare che nessuno voglia vedere che quelle pensioni sono molto, molto più basse di quelle liquidate con il sistema retributivo, già oggi, con gli attuali coefficienti, con una differenza reale che va ben oltre quanto ci dicevano le proiezioni fatte sulla carta a partire dall’ideal-tipo, a ulteriore comprova che la realtà delle persone è ben altra cosa.

Vogliamo finalmente riflettere su cosa significa, per l’oggi e per il futuro, che l’importo medio di tutte le pensioni liquidate con il retributivo (comprese tutte le integrazioni al minimo) al 1.1.2009 era di 818 euro e l’importo medio delle pensioni liquidate nel sistema misto era di 496 euro? Su cosa significa una pensione di invalidità di 200 euro al mese, senza possibilità fisica di mantenere il posto di lavoro, su cosa significa una reversibilità corrisposta a un minore di 90 euro al mese perché il padre è morto molto giovane e con pochi contributi? Non parlo della vedova, anche se dovrei, ma qualcuno mi può spiegare perché il sistema senza un briciolo di solidarietà al suo interno condanna quell’orfano a non avere nessun sostegno per la sua crescita?

Quando ho fatto le assemblee per chiedere ai lavoratori di votare a favore per il referendum sull’accordo che portò alla 335 non avevo presentato una riforma cinica, ma una riforma equa e solidale, sarebbe bene che tale tornasse ad essere. Mi si dirà che il sistema contributivo è stato pensato per essere integrato dalla complementare e per sollecitare a lavorare più a lungo. Vero: peccato che la previdenza complementare, partita tardi e non per tutti, non copre la differenza e peccato che la cessazione del lavoro spesso è imposta dalle stesse condizioni di precarietà e perdita del lavoro di cui parlavamo prima. La realtà è che è insito nel contributivo, anche senza la variazione dei coefficienti, una progressiva riduzione del tasso di sostituzione a mano a mano che aumentano gli anni del pro-rata e che questo sta già risentendo pesantemente delle difficoltà salariali e occupazionali di questi ultimi anni, nettamente peggiori di quanto preventivato.

Su questa condizione già problematica si inserisce la revisione dei coefficienti. Ci si dice che non dobbiamo obiettare nulla perché essa discende dal protocollo del 23 luglio 2007. Veramente dal protocollo e dalla legge successiva discende l’impegno alla costituzione della commissione per la verifica dei criteri che danno origine ai coefficienti, e solo qualora la commissione non avesse prodotto risultati sarebbero scattati i nuovi coefficienti nel 2010. Insomma, una norma voluta dal governo per salvaguardarsi dal rischio di temporeggiamento dei sindacati è diventata l’alibi per l’attuale governo per non attivare la commissione e far scattare automaticamente la revisione dei coefficienti.

Ma anche quella disposizione può essere applicata in diversi modi, più o meno penalizzanti per i pensionandi. Secondo una interpretazione molto semplicistica e corrente, i nuovi coefficienti si applicherebbero su tutto il montante maturato, quindi con effetto retroattivo. Questo produrrebbe la situazione paradossale per cui un lavoratore che avesse maturato il diritto nel corso del 2009 e decidesse di pensionarsi nel 2010, automaticamente percepirebbe una pensione significativamente più bassa. Conti fatti su casi concreti, riportati in cartella, ci dicono di una perdita secca anche di 700 e più euro all’anno solo per la modifica dei coefficienti, per chi è nel sistema misto, che diventano addirittura oltre 1.300 Euro all’anno per il contributivo puro (e parliamo di pensioni di normalissimi impiegati con un reddito anche modesto).

In barba a tutti i principi costituzionali della non retroattività delle modifiche previdenziali, del lavorare di più per percepire una pensione più alta … qui si produce l’effetto esattamente opposto: lavorando di più, anche dopo il perfezionamento del diritto a pensione, se si incappa nell’anno della modifica dei coefficienti si percepisce automaticamente una pensione più bassa e dalle nostre proiezioni occorrerebbe circa un anno ulteriore di lavoro per arrivare a percepire quanto previsto ante revisione dei coefficienti. Per non parlare delle differenze tra lavoratori per un solo mese di differenza nel pensionamento e la produzione del fenomeno correntemente indicato come “pensioni d’annata” cioè un proliferare di trattamenti diversi in funzione del solo momento di pensionamento. Inoltre, dal punto di vista degli effetti finanziari la mancanza di gradualità nell’applicazione del nuovo coefficiente produce un nuovo “effetto fuga” incentivando il ricorso al pensionamento prima del momento della revisione, con conseguente aggravio di costi. I profili di incostituzionalità di tale interpretazione sono davvero tanti. Ma la 335/95 permette anche una interpretazione molto più corretta e coerente con tutta la normativa previdenziale consolidata nel tempo: permette l’applicazione del principio del pro-rata, ossia i nuovi coefficienti calcolati solo sulla contribuzione successiva al 1.1.2010 e il mantenimento del vecchio coefficiente per tutta la precedente contribuzione. Ed è questo che noi chiediamo.

In ogni caso, quella commissione per la verifica dei parametri del contributivo è assolutamente indispensabile anche ora. Perché i nuovi coefficienti dovrebbero tenere conto del variare di tutti i parametri allora utilizzati, non solo delle aspettative di vita e del PIL. Ad esempio, il fenomeno migratorio è stato molto più intenso di quanto era stato previsto e di anno in anno, anche nel 2009, sono state regolarizzate molte più persone, tutte giovani e in attività lavorativa, delle 150.000 pensate a suo tempo. Ancora: i coefficienti dipendono dalla probabilità di lasciare famiglia in caso di morte del pensionato diretto, e sono stati utilizzate le rilevazioni del 1989. Si può chiedere una riflessione che contestualizzi il fatto che nel 1989 i matrimoni erano 312.000 e nel 2007 sono stati 250.000, e diminuiscono di anno in anno? E che i divorzi nel 1985 erano 15.000, e sono stati 47.000 nel 2005 e aumentano di anno in anno? Meno matrimoni, più divorzi, reddito mediamente più alto per i coniugi superstiti … quanto stanno influendo sulle riversibilità future? E perché questa variazione non si considera, ma si considera solo l’aumento dell’aspettativa di vita?

Ancora: i coefficienti ci rendono tutti uguali sotto il profilo della aspettativa di vita, mentre uguali non siamo assolutamente, come ci spiegherà Costa nel suo intervento. Il livello d’istruzione, la condizione sociale, il lavoro svolto, gli stessi stili di vita … influiscono tutti in modo diretto sulle aspettative di vita. Bisogna riaffermare che i lavori non sono tutti uguali anche sotto questo profilo. Il lavoro fatto a suo tempo sui lavori usuranti partiva proprio da questa consapevolezza. E’ solo riaffermando questo principio che si può affrontare con più serenità anche il tema dell’età pensionabile, perché i lavori particolarmente usuranti, gravosi e insalubri esistono ancora. Questa questione dei lavori usuranti è la grande incompiuta, un grande debito che il legislatore nel 2007 ha contratto con i lavoratori che hanno accettato il protocollo del 23 luglio perché c’era anche quell’impegno. Quel debito va semplicemente pagato, anche perché le risorse erano state trovate proprio nella contribuzione aggiuntiva messa a carico dei lavoratori. Quel principio va applicato certamente nel retributivo, ma anche nel contributivo, e il sistema si presta molto bene a riconoscere una diversa aspettativa di vita per determinate figure di lavoratori.

Insomma, quella commissione di cui è necessario l’insediamento non la chiediamo per stravolgere il sistema contributivo, bensì per fare in modo che quei coefficienti possano diventare un po’ più sensibili alla realtà. Luci ed ombre ad oltre 10 anni dalla attivazione del primo fondo negoziale. La Legge 252 di riforma della previdenza complementare ha dimostrato fino ad ora di essere uno strumento sufficientemente equilibrato per regolamentare il sistema, nonostante lo spazio aperto per i fondi assicurativi e la equiparazione tra il secondo e il terzo pilastro. A dimostrazione che quando un governo, anche di destra, decide di aprire un confronto serio con le parti sociali c’è lo spazio e la volontà, prima di tutto nostra, di costruire assetti e regole che hanno efficacia positiva nel tempo per tutti gli attori coinvolti.

Oggi possiamo dire che il sistema della previdenza negoziale ha retto bene la grande crisi dei mercati finanziari. Le perdite del 2008 naturalmente ci avevano preoccupato ma la prudenza e la diversificazione negli investimenti avevano largamente messo al riparo dai contraccolpi più pesanti. Oggi, con i dati di settembre, possiamo dire che il recupero finanziario è stato pressoché totale. Però non possiamo reggere un rapporto con i lavoratori in un sistema che un anno perde il 7% e l’anno successivo recupera il 7%, soprattutto quando questo impatta con le scelte e le necessità dei lavoratori. Abbiamo bisogno di costruire più garanzie e un sistema più protetto che non lasci solo al lavoratore l’onere di decidere quando è utile o è dannoso uscire, per pensionamento o altro, quando è utile o dannoso cambiare profilo di investimento. Le esperienze che si stanno affermando in alcuni fondi con il life-cycle sono molto importanti, utile conseguenza alla scelta del multi comparto. Ma l’assetto degli investimenti finanziari va rafforzato di più e con meno timidezze verso investimenti di lungo periodo e di maggiore garanzia per i lavoratori, uscendo dalla logica esclusiva del mark to market. I fondi devono sempre più diventare dei veri e propri investitori istituzionali, con loro capacità interna di elaborazione e di decisione strategica, non subalterni alle logiche finanziarie e speculative dei gestori. Stare sul mercato non significa solo gestire prodotti finanziari ma anche poter indirizzare lo stesso mercato.

Nel documento congressuale diciamo esplicitamente che secondo noi i fondi possono e devono diventare agenti di sviluppo, gli oltre 64 miliardi di euro investiti dal sistema della previdenza complementare possono permettere operazioni, anche di lungo periodo, a sostegno del sistema produttivo e anche di investimenti di utilità sociale, possono permettere di sostenere lo sviluppo del nostro paese, in questo momento così delicato, anziché quello dei paesi o delle aziende straniere.

Proprio la settimana scorsa nel convegno sulle politiche abitative si discuteva di quanto gli Enti previdenziali e gli stessi fondi pensione possano essere di sostegno ad una politica, oggi totalmente mancante, di investimenti per il milione di alloggi necessari a stemperare la tensione abitativa, o ad una politica di sviluppo delle attività della green economy. Crediamo che vada aperto un confronto sereno con il MEF per verificare l’emissione di titoli di stato dedicati appositamente ai fondi pensione negoziali, di medio e lungo periodo, finalizzati a una politica industriale ed economica condivisa e a creare maggiori garanzie per quello specifico risparmio che è il risparmio previdenziale.

Contemporaneamente abbiamo bisogno di dare nuovo impulso anche alla pratica negoziale che da troppo tempo non ha inserito elementi di innovazione al suo interno su questa materia.

La prima esigenza è quella di allargare la copertura contributiva dell’azienda anche a periodi di sospensione del lavoro e di CIG, perché la discontinuità non influisca negativamente anche sulla parte di pensione derivante dal secondo pilastro. La seconda è quella di estendere il beneficio contrattuale a tutti i lavoratori, anche a prescindere dalla disponibilità manifestata dal lavoratore di destinare il suo TFR.

Questa operazione è possibile in base alla legislazione attuale e trova un suo precedente nella pratica in uso, anche se non diffusa in ogni categoria, in materia di sanità integrativa. Quindi si può fare. Oggi dovremmo tutti lavorare perché si faccia effettivamente come avanzamento della contrattazione, per permettere a tutti i lavoratori di beneficiare di un istituto contrattuale e per permettere al fondo di entrare in contatto con tanti lavoratori che non aderiscono, non per pregiudizio o scelta sempre consapevole, ma magari perché non hanno mai avuto adeguate e complete informazioni sul sistema previdenziale. Ovvio che, anche alla luce di queste considerazioni, diventa sempre più importante fornire certezze di rendimento e maggiore sicurezza sul futuro.

Ma è anche ovvio che questo nuovo spazio negoziale deve essere effettivamente esercitato anche nella consapevolezza che se non siamo in grado noi di definire condizioni e opportunità di allargamento delle adesioni, rischiamo che la nostra inerzia lasci spazio a chi pensa a varie modalità di adesione obbligatoria, che noi politicamente ed eticamente non vogliamo.

Abbiamo condiviso unitariamente questa proposta e l’abbiamo avanzata al settore dell’artigianato, anche per far fronte alla difficile condizione di quel fondo e dei lavoratori non posti in condizione di aderire effettivamente. Abbiamo riscontrato un reale interesse e disponibilità dalla maggior parte delle associazioni artigiane, salvo una che al momento ha frapposto ostacoli tali da mettere a rischio non solo le nuove adesioni ma anche la tranquillità di coloro che hanno già aderito.

Questa modalità di adesione e questa esigenza di rinnovata pratica negoziale non è solo una risposta alla emergenza, ma deve diventare strategica e come tale assunta da tutte le confederazioni e categorie. Certo, per alcuni settori, prima ancora ci vuole il fondo negoziale. Credo sia colpevole per tutti i soggetti in campo e per tutte le parti negoziali il fatto che tutto il comparto pubblico, con eccezione della scuola, non abbia disponibile la previdenza complementare. E se è vero che nella discussione congressuale siamo chiamati a discutere della distanza che c’è tra il dire e il fare, ebbene questo è proprio un terreno sul quale fare una riflessione vera anche sulle nostre coerenze. Come sindacato e anche come fondi dobbiamo poi imparare a tutelare meglio i lavoratori iscritti per i vari eventi che possono loro capitare e che non derivano da responsabilità del fondo medesimo, ma si ripercuotono comunque sulle loro condizioni e diritti.

Mi riferisco alla tutela in caso delle sempre più frequenti omissioni contributive e nel caso di rapporto del lavoratore con finanziarie che praticano spesso tassi usurai, con cessione del quinto che coinvolge la posizione accesa presso il fondo negoziale. Qui abbiamo solo due strade: o pensare e praticare in modo che il lavoratore si arrangi o pensare, tutti, ai possibili e necessari spazi di tutela di quel lavoratore. Io sono per la seconda.

Non è tollerabile che nel caso di omissione contributiva il fondo decida di avvisare solo l’impresa e il sindacato, quando va bene, senza avvisare direttamente anche il lavoratore, unico danneggiato nel caso di inerzia della impresa, del fondo e dello stesso sindacato. E’ solo un esempio che dimostra che abbiamo messo in piedi un sistema complesso, ormai grande, strutturato, con molte migliaia di lavoratori che dimostrano di fidarsi di noi e che premiano la nostra correttezza, prudenza e capacità gestionale. Dobbiamo dimostrare di essere sempre più all’altezza di questa fiducia e riuscire ad allargare l’ambito delle adesioni consapevoli e durature.

Concludendo, il senso della nostra proposta politica è che, sia nella previdenza pubblica che nella previdenza complementare, dobbiamo rafforzare l’ambito delle certezze e non solo delle speranze, dobbiamo rimotivare il patto tra generazioni e rafforzare sia la responsabilità pubblica che la responsabilità collettiva, come premessa per un rafforzamento della stessa responsabilità individuale.

E forse è questo che più ci distanzia dalla filosofia del Libro Bianco

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