Delocalizzazione, come difendersi?

Fonte Rassegna.it
La monovolume L0 va in Serbia. Con una semplice dichiarazione, dalle colonne di un quotidiano, l’ad di Fiat Marchionne annuncia un’altra delocalizzazione. O meglio, comunica la decisione a sindacati e lavoratori, che non sono stati informati né consultati. E’ solo l’ultimo spostamento di produzione che – dalla fine del 2008 e l’inizio della crisi – interessa il nostro paese.
La minaccia di lasciare l’Italia arriva sui tavoli di trattativa, le organizzazioni sindacali sono chiamate a leggere questa situazione nuova e trovare le armi per affrontarla. Come difendersi dalla delocalizzazione? Cosa possono fare i sindacati internazionali? Come rispondere alle grandi aziende? Abbiamo cercato la possibile ricetta in alcune domande.

“Sarebbe bene che intervenisse il sindacato internazionale, ma finora non è riuscito a organizzare una lotta comune in modo sufficiente”. E’ l’opinione di Aris Accornero, professore emerito di Sociologia industriale all’Università di Roma. Le difficoltà delle sigle sovranazionali sono “un retaggio molto antico”, sostiene: “Erano nate per avvicinare tutti i lavoratori mondiali, ma ancora non definiscono un’azione congiunta. Il capitale si muove più in fretta del lavoro”.

Insomma, “di fronte all’assalto della delocalizzazione, la risposta è ancora debole. Poi è normale che nei vari paesi ci sia una coscienza più o meno sviluppata, nel caso specifico della Fiat è il sindacato italiano che deve incidere, certo non quello serbo”. L’annuncio del Lingotto è una vera e propria offensiva, secondo Accornero: “E’ un assalto che riguarda tutti, sia il sindacato collaborativo che quello conflittuale, una mossa che estende il ‘teatro di guerra’”. Non è casuale che arrivi dopo l’accordo separato di Pomigliano: “Le questioni sono strettamente collegate – anzi – e prefigurano un’evoluzione nelle relazioni sindacali all’interno della Fiat”.

I sindacati come possono difendersi? Per Renato Fontana, docente di Sociologia industriale alla Sapienza di Roma, è una questione molto complessa. Ovvero: “Attualmente sono utili entrambe le posizioni: una linea moderata e di compromesso e un’altra meno disponibile e più intransigente”. Meglio avere atteggiamenti diversi, a suo giudizio: “Così si avrà uno sventagliamento di idee differenti, che può limitare l’azione discrezionale di grandi aziende come la Fiat”.

“La Fiom – secondo il sociologo – ha ragione quando difende i diritti acquisiti. Ma forse oggi non possono essere difesi ad oltranza, il mercato globale impone un altro sistema di regole”. Il sindacato corre un forte rischio: “Quello di avere un potere solo figurativo, incidere poco, e lasciare che l’azienda faccia saltare il banco delocalizzando”. Senza contare che lo spettro di Serbia, Polonia, eccetera può condizionare i confronti. “Se i sindacati non accettano le condizioni, l’azienda lascia l’Italia e parte l’erosione dei diritti. In teoria – prosegue -, c’è anche un’altra possibilità: se la delocalizzazione diventa davvero materia di trattativa, allora i lavoratori potrebbero venire informati e avere un nuovo tema su cui esprimersi”. Sindacati internazionali in difficoltà? “Oggi il loro valore è prossimo allo zero – riflette Fontana -, ma proprio la delocalizzazione può essere un’occasione per uscire da questa impasse. Se le aziende si danno una dimensione internazionale, dovrebbero farlo anche i sindacati”.

Come rafforzare i sindacati internazionali lo spiega Enzo Masini, coordinatore nazionale del settore auto della Fiom: “Possono avere un ruolo di coordinamento e conoscenza, ma devono anche intervenire sulle politiche industriali”. La strada è aprire un confronto con le imprese europee, con l’obiettivo comune di creare prodotti innovativi, competitivi, ad alto valore aggiunto. “In questo modo – a suo avviso – non ci sarebbero problemi a tenere aperte le fabbriche in tutti i paesi, anche quelli con alto costo del lavoro come l’Italia”. Oggi questo sembra lontano, Masini fa autocritica: “Scontiamo un ritardo delle organizzazioni sindacali, che sono ancora organizzate su basi nazionali e non riescono a definire rivendicazioni comuni. Così si fa solo una battaglia difensiva”.

Una battaglia che nel nostro paese è particolarmente dura: “Non siamo neanche supportati dalle politiche del governo, come Francia e Germania”. Il comportamento delle grandi aziende non aiuta: “Non è esatto dire che la delocalizzazione entra nella trattativa. La Fiat l’ha usata solo come arma di ricatto. Su questo tema non riconosce il confronto con i lavoratori, si limita a porre delle condizioni: se non vengono accettate va a produrre altrove”.

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