Dopo la strage in Colorado: boom nelle vendite di armi

Questo interessante post di Rampini (che adoro) pubblicato su Repubblica.it http://rampini.blogautore.repubblica.it/2012/07/25/dopo-la-strage-in-colorado-boom-nelle-vendite-di-armi/

Continuo a non comprendere come sia possibile pensare che armarsi, possedere un’arma sia sinonimo di libertà e  di difesa personale. Con tutte le brutte esperienze che si fanno, quante volte ho invocato un’arma per difendermi, per reagire ad un sopruso in quel momento che ritenevo inaccettabile e successivamente ho analizzato con più raziocinio.

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La prima reazione alla strage di Aurora: una forte impennata nelle vendite di armi, in fortissimo aumento in questi giorni nello Stato del Colorado. E’ proprio la risposta auspicata e suggerita dalla potente lobby delle armi, la National Rifle Association: che si è affrettata a dare la sua “interpretazione” dell’accaduto: se in quel cinema di Aurora ci fossero stati dei “buoni cittadini” armati fino ai denti, il loro intervento avrebbe neutralizzato l’assassino. Dunque le stragi non inducono un ripensamento, anzi.
283 milioni di armi da fuoco possedute da civili, escluse quelle in dotazione a polizia e militari: quasi una per ogni americano. 11 milioni di nuove armi vendute ogni anno. E’ l’Arsenale America: la nazione più ricca del mondo è armata fino ai denti, convinta così di “difendersi” dal pericolo, oltre che di realizzare un sacro diritto costituzionale. Il risultato che ottiene è l’opposto. Ogni anno centomila americani vengono colpiti con armi da fuoco, l’anno scorso oltre 31.000 ne sono morti, 67.000 sono rimasti feriti spesso gravemente e con conseguenze irreparabili. Dall’inizio di quest’anno siamo già a quota 54.931 vittime tra morti e feriti, con un ritmo di 121 uccisi al giorno. Il conteggio viene tenuto ora per ora sul sito del Brady Center, l’ong che prende il nome dall’ex addetto stampa di Ronald Reagan che fu ferito e paralizzato nel 1981 nell’attentato contro il presidente. Dal 1968, l’anno in cui furono assassinati Martin Luther King e Bob Kennedy, l’ecatombe si avvicina alle più gravi guerre della storia umana: un milione di morti.
Il tasso di omicidi con arma da fuoco negli Stati Uniti è venti volte superiore alla media delle altre nazioni sviluppate, un raffronto che venne già usato da Michael Moore nel suo documentario “Bowling for Columbine” (grande successo di pubblico e di critica; conseguenze pratiche: zero). Contro l’ideologia del “difenditi da solo”, le prove sono schiaccianti: chiunque abbia in casa un’arma ha cinque volte più probabilità di usarla per suicidarsi, tre volte più chance di essere autore o vittima di un omicidio.


Ma di cosa è fatto esattamente questo arsenale nelle case degli americani? Com’è cambiata la cultura delle armi negli anni più recenti? E perché l’evidenza dei fatti non scalfisce l’ideologia dell’autodifesa in stile cowboy (o pionieri delle milizie dell’indipendenza)? Dietro l’apparenza di una nazione tutta in tenuta da combattimento, la realtà è diversa, e in continua evoluzione. Le famiglie che possiedono armi sono in diminuzione: il 45% del totale, rispetto al 54% nel 1977. In compenso, cresce la potenza dell’arsenale casalingo per chi ce lo ha. Dunque gli americani armati sono ormai leggermente in minoranza, ma quelli che lo sono hanno una potenza di fuoco tale da poter fare stragi.
Alla pericolosità contribuisce la fine della messa al bando delle “assault weapons” o armi da combattimento, fuorilegge fino al 2004. Queste sono le stesse armi in dotazione all’esercito, si distinguono per la precisione la potenza letale. Sono pistole e fucili automatici, o lancia-granate, con caricatori che possono arrivare fino a 50 colpi in rapida successione. Tra i preferiti: le varie versioni del kalashnikov (anche il clone made in China) e dell’Uzi in dotazione all’esercito israeliano. Contro queste armi “di distruzione di massa” il divieto federale non è stato rinnovato per l’opposizione della potentissima Nra, che riunisce gli amanti delle armi e l’industria che le produce. La Nra si oppone perfino a un controllo sulle armi da combattimento sostenendo che “sono solo 10 milioni in circolazione” (una cifra non verificabile e sicuramente sottovalutata), aggiungendo che “spesso non sono più letali dei fucili da caccia” (falso).
Ricca di mezzi finanziari, la Nra manovra i voti dei suoi seguaci con un effetto di ricatto sui politici. Prima di ogni elezione la Nra stila un elenco dei parlamentari che si sono distinti pro o contro la libertà di armarsi: per i “condannati”, finire sulla lista nera della Nra significa spesso perdere il collegio. La Nra si oppone con successo all’introduzione di semplici controlli nelle armerie: come una banca dati che consenta di negare la vendita a un cliente con precedenti penali o malattie mentali. Sono intollerabili abusi contro la “privacy”, secondo la lobby delle armi. La Corte suprema, con una maggioranza di giudici di destra, ha sempre dato ragione alla Nra nella sua difesa “costituzionalista”, che reclama il diritto alle armi come se l’America fosse ancora quella dell’esercito di popolo che combattè per l’indipendenza contro il colonialismo inglese. L’opinione pubblica è dalla sua: nell’ultimo sondaggio Gallup (2011) il 53% degli intervistati si è detto “contrario a norme più restrittive sulla vendita e il possesso delle armi, incluse quelle automatiche e da guerra”. La strage di Aurora a quanto pare ha rafforzato quella convinzione.

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