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Ecco il volto del padrone Vodafone

Non solo il mancato rinnovo del CCNL TLC di tutte le aziende del settore, non ultimo la legge Fornero che ha dato maggiori possibilità alle aziende per licenziare (con colpevole approvazione anche da parte di partiti che dicono di difendere i lavoratori), ma la Vodafone prosegue nel suo pessimo obiettivo di utilizzare i lavoratori come merce o come stracci.
Dopo l’estate, Vodafone annunciò di voler licenziare tre lavoratori (di cui due in Campania) per “motivi economici”.
Ci furono diverse proteste nonostante la scarsa sindacalizzazione in azienda ed anche un comunicato da parte SLC-CGIL Campania e UILCOM-UIL Campania dove si affermava di aver raggiunto un’intesa con l’azienda Vodafone sul non procedere con i licenziamenti in Campania.

Purtroppo nulla è valso e proprio in questi giorni l’azienda Vodafone persiste nel voler  licenziare “per motivi economici” utilizzando la legge Fornero i tre lavoratori, di cui due in Campania.

Prendermela con il Governo, i partiti ed anche i sindacati che non hanno impedito l’approvazione della legge è fin troppo facile ma ora dobbiamo porre un argine all’applicazione di questa legge che non solo crea problemi ai lavoratori in un momento di profonda crisi economica e sociale, ma anche legislativi con molti giudici che hanno difficoltà nell’interpretare la riforma nel suo complesso.

Tocca a noi lavoratori e cittadini difenderci, facendo capire ai sindacati che devono lottare per tutelare appieno i lavoratori, chiedendo obbligatoriamente ai nostri parlamentari, in previsione delle elezioni di febbraio 2013, di modificare questa legge. Non ci tutelano ? Non li votiamo (ma ricordiamoci che votare è fondamentale, è vitale per la nostra democrazia sebbene il concetto di democrazia è sempre più un vago ricordo nel nostro Paese)

In pratica, nonostante gli stipendi da nababbo per molti manager (l’A.D. Colao guadagna 17 milioni di euro l’anno ”qui il link dell’intervista “) ed i risultati economici in contrazione ma comunque positivi, l’azienda licenzia in maniera meschina, rendendo definitivo il licenziamenti in 27 giorni.

Cosa prevede la legge Fornero sui licenziamenti per motivi economici
Un dipendente licenziato dall’azienda senza un valido motivo, prima della riforma, aveva sempre diritto a tornare al proprio posto. Ora l’obbligo di reintegro esiste soltanto se il licenziamento è avvenuto per gravi discriminazioni razziali, sessuali, politiche o sindacali. Se invece la ragione è di tipo economico, il lavoratore ha diritto a percepire soltanto un risarcimento in denaro, tra 12 e 24 mensilità di stipendio.
In queste situazione (licenziamento per motivo economico), il lavoratore non ha mai diritto a essere reintegrato nell’organico, se non in un caso: quando il motivo dello stesso licenziamento è insussistente o manifestamente infondato.
La riforma Fornero prevede che un giudice disponga il reintegro del dipendente ogni qualvolta il motivo disciplinare del licenziamento è inesistente, manifestamente infondato oppure rientra tra le lievi insubordinazioni nei confronti dei superiori, punibili con una semplice sanzione, se previsto dai contratti collettivi di lavoro.

Dopo la Legge Fornero i licenziamenti individuali per “motivi economici” hanno subito un’impennata, nella diffusa convinzione che una qualunque motivazione basata su fatti “non manifestamente insussistenti” consenta ai datori di lavoro di liberarsi di lavoratori sgraditi, correndo il rischio, al massimo, di dover pagare un indennizzo fissato nei suoi limiti massimi, appunto, in 24 mensilità.
Se il dipendente è stato mandato via dall’azienda per motivi disciplinari la decisione spetta al giudice, che può scegliere se imporre il reintegro o la semplice liquidazione di un risarcimento a carico dell’impresa.

Non tutti sono uguali

Non sempre è utile accomunare tutti sullo stesso piano, perchè le differenze esistono, basta guardarle.

La CISL per bocca del suo Segretario Bonanni ha dato il suo assenso al cosiddetto piano produttività e la UIL di Angeletti ci farà sapere domani lunedì. La UGL ha già firmato.

Fin qui tutto ok, normale dialettica e visione diversa degli interessi dei lavoratori, ma ascoltando la TV e radio, apprendo che Montezemolo farà la sua lista per le prossime elezioni politiche. In democrazia tutti possono farlo, ci mancherebbe anche se vorrei capire se difenderà i lavoratori o i finanzieri, se farà leggi e proposte per noi o per l’impresa.
Apprendo che appoggerà il Premier Monti anche alle elezioni del 2013 quindi anche la legge Fornero sul licenziamento, sull’art.18, sulle pensioni (ci andremo in pensione??)  e che anche Bonanni sosterrà questo progetto di Montezemolo e quindi Monti. Oh cavolo, sarà un omonimo, un cugino, un fratello, non può essere lui, il Segretario della CISL.
Vuoi vedere che Bonanni della CISL ha votato questo piano produttività solo perché lo ha fatto Monti e non nell’interesse dei lavoratori ? Magari deve farsi il suo bel spazio in questo nuovo progetto politico.

—– E’ lecito e democratico che un accordo si firmi senza il sindacato più grande numericamente ? Che magari ha il più alto numero di RSU quindi eletti votati dai lavoratori ? —
(perché UIL e CISL non vogliono far conteggiare, certificare gli iscritti sindacali in maniera ufficiale ?) **
E la mia mente va indietro, a quando la CISL e la UIL sempre capeggiate da Bonanni e da Angeletti hanno appoggiato per ben due volte il Governo Berlusconi, fidandosi di lui, facendo accordi per creare i fantomatici milioni di posti di lavoro, di fare riforme, dare incentivi dei quali nulla si è visto anzi lo sfascio italiano si è amplificato.

Sempre CISL e UIL sono i firmatari dell’accordo separato in FIAT che ha peggiorato le condizioni di lavoro di quei lavoratori e non ha prodotto un posto di lavoro in più, continuano con la cassa integrazione e non ha fatto, la FIAT, nemmeno un investimento. Creando, tra l’altro, pericolosissimi precedenti normativi che tutte le altre aziende vorrebbero perseguire, scaricando sui lavoratori la crisi e soprattutto aver estromesso il sindacato più rappresentativo dalla fabbrica.
In Wind, la SLC-CGIL (sia Italia che Campania) ha la maggioranza assoluta (oltre il 50%) delle RSU e forse anche degli iscritti (di sicuro la maggioranza relativa); potremmo firmare o meno gli accordi da soli, ad esempio ma finora non è stato così.

Io non dico “a bando” CISL e UIL, ne accomuno le RSU (almeno non tutte) a quanto fatto dai loro Segretari, però non dite che siamo tutti uguali, non vi arrabbiate quando alcuni sindacati si lamentano che non possono fare nulla se ci sono sindacati che appoggiano leggi e politici che poco o nulla hanno in condivisione con gli interessi di chi lavora.

Votare o tesserarsi CISL significa anche appoggiare le scelte di Bonanni che automaticamente ed inevitabilmente sono contrari ai nostri interessi da lavoratori; vedremo se UIL finalmente saprà respingere questo modo di fare che finora ha invece appoggiato.


Continuo a pensare ed a lottare per un sindacato INDIPENDENTE dai partiti ma non dalla politica (che è cosa diversa dei partiti) perchè deve tutelare e difendere anche gli interessi dei lavoratori e quindi il connubio sindacato-politica è benvenuto (non quello sindacato-partiti).

** In nessun paese europeo accade infatti che non si sappia bene quale sia l’efficacia giuridica di un contratto collettivo non sottoscritto da tutti i sindacati rappresentativi, che sia incerta la natura e la composizione delle rappresentanze sindacali aziendali, che appaia possibile espellere dalla rappresentanza in azienda il sindacato che dissente dal contenuto di un accordo e, pur essendo rappresentativo, non lo sigla (Luigi Mariucci).

Incontro al MiSe il 25-7-2012 e riflessioni

Nel comunicarvi che non solo il 18 luglio si riunirà la Commissione Rete per proseguire il lavoro sull’ottimizzazione e l’efficientamento del settore Network (cosa che sta avvenendo anche in altri settori quali Customer e Commerciale ma solo da parte aziendale),ma che  il 25 luglio 2012 ci sarà l’incontro al MI.SE (Ministero Sviluppo Economico).

Sono trascorsi i 6 mesi dal cosiddetto “Lodo Ministeriale” col quale il Ministero garantiva 6 mesi di confronto tra le parti (azienda Wind e Organizzazioni Sindacali) che solo ultimamente, a seguito di alcuni cambiamenti organizzativi aziendali, sta portando ad un confronto fattivo, concreto (e non per demerito dei membri di commissione, ma lasciamo stare visto che mi riferisco a persone  che non sono più in azienda).

Seguono alcune note di Gianni Rago, RSU SLC-CGILWind nonchè membro della Commissione Rete

Ciao a tutti,
vi comunico che il 18 luglio è stata convocata una nuova sessione di commissione sulla rete.

Questa sessione rappresenta la nuova fase del confronto sulle alternative tecniche ed il recupero delle efficienze e dell’efficacia negli ambiti del network che coinvolgono le Regions e gli O&M di Milano e Roma.

Il mandato che il coordinamento e le segreterie nazionali (CGIL-CISL e UIL, i Cobas si guardano bene dallo sporcarsi le mani..) hanno dato alla commissione è di elevare il grado di confronto sulle specificità delle nuove proposte organizzative e provare a serrare alcuni punti cardine in modo da poterne poi conoscere e valutare gli aspetti non solo tecnici che essi comportano , ma di poterne discernere i risvolti negoziali che ne deriverebbero focalizzando sull’assetto strategico che l’azienda punta a definire.

E’ del tutto evidente che in questa fase dobbiamo incrementare un rapporto di continuo feedback con i lavoratori rispetto ai dettagli operativi che chiederemo di fornire in modo peculiare e preciso ; il ruolo delle RSU è il fondamentale anello di congiunzione diretto tra commissione e lavoratori ,saremo in una sorta di coordinamento virtuale permanente sotto la supervisione della Segreteria Nazionale,sarà necessario parlare continuamente con i colleghi , raccoglierne le indicazioni e fornire alla commissione un quadro continuo di sintesi rispetto alle valutazioni raccolte.
Questo ci permetterà di verificare rispetto alle proposte aziendali, le implicazioni organizzative,la sostenibilità e l’applicabilità in ogni singolo ambito territoriale o di reparto e di essere puntuali sulle osservazioni e sulle controproposte.

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Sulla scuola pubblica

Quando la scuola pubblica è cosa forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura.

Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre:
– che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre.
– che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione.

Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione. Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime.

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Continua a leggere

Le Quattro Giornate di Napoli

Emozionante ed interessante documento sulle quattro giornate di Napoli.

Da ascoltare e metabolizzare con attenzione non solo per sapere che da Napoli iniziò la vera Resistenza, che la nostra città ebbe un moto di orgoglio e ribellione liberandosi da sola senza l’aiuto degli alleati e che purtroppo quella storia, la nostra sotira, confrontata coi tempi attuali, con l’odio, gli egoismi, i personalismi attuali, sembra davvero sminuita.rnNel ricordo di tante donne e tanti uomini che si immolarono per darci libertà , democrazia e partecipazione.
Da Wikipedia, ‘Le Quattro Giornate di Napoli

Dimissioni dalla carica di consigliere del CRAL TLC

A: Presidente del CRAL TLC Comprensorio Olivetti
p.c. Consiglio Amministrazione del CRAL

Dimissioni dalla carica di consigliere del CRAL TLC

Spett.le Presidente,
con la presente, ai sensi del vigente Statuto del CRAL TLC Comprensorio Olivetti (di seguito CRAL), Le comunico le mie dimissioni dalla carica di consigliere.

Desidero ringraziare Lei ed i Consiglieri tutti per avermi consentito di lavorare in un ambiente propositivo, creativo, dinamico rendendo questi mesi di lavoro comune molto ricchi umanamente ma soprattutto di aver potuto lavorare a servizio della collettività, dei lavoratori tutti.

Mi preme evidenziare che se Ella nonché il Consiglio di Amministrazione avesse necessità di una mia collaborazione, nell’interesse delle lavoratrici e dei lavoratori, sappia che potrà contare sempre sul sottoscritto.

Non Le nascondo che queste dimissioni sono molto sofferte; quando ho chiesto a nome della CGIL e del sottoscritto, la fiducia alle lavoratrici ed ai lavoratori l’ho fatto credendo di poter dare un contributo serio e propositivo al CRAL e non certamente per trarre in inganno qualcuno.
Non solo Pozzuoli, ma la sede di Ferraris ha visto nella CGIL e nel sottoscritto un punto di appoggio e credo sia dannosa la mancanza di un riferimento CRAL per la sede.
Pur nei limiti delle mie possibilità e capacità, voglia considerarmi a disposizione, ma reputo necessaria una riflessione da parte del Consiglio su come affrontare questa situazione. Ho preso un impegno elettorale e pur da dimissionario intendo mantenerlo.

Chi crede nella democrazia, sa che essa è anche partecipazione, è anche consentire a chiunque di poter concorrere per qualunque ruolo e reputo dannoso l’accumulo di cariche e ruoli nelle mani della stessa persona o di poche persone.
Ciò nonostante il senso di appartenenza ad un’organizzazione e la voglia di rappresentare al meglio le lavoratrici ed i lavoratori mi ha convinto a candidarmi, ottenendo un risultato strabiliante non solo per la CGIL, ma soprattutto per il sottoscritto. Un successo elettorale, non solo numerico (76 voti e secondo eletto) ma soprattutto umano, di apprezzamenti e stima che non si possono dimenticare.
Apprezzo la discussione ampliata, pacata e propositiva che si è sviluppata in CGIL per consentire un’ampia e diffusa partecipazione ai diversi compiti di più persone. E sebbene da sola, do personalmente merito alla CGIL di essersi dotata di tale direttiva. Resta il cruccio che non sia stata possibile inserirla nello Statuto.

Con spirito propositivo e mosso unicamente dal desiderio di rendere più funzionale i lavori di questo CRAL, Le ribadisco tutta la mia stima perché il peso organizzativo e realizzativo verte sulle Sue spalle e di pochi altri. Sono certo che Ella ed il Consiglio di Amministrazione saprà guadagnare ulteriore autonomia nelle decisioni politiche e strategiche del CRAL.

Auguro a Lei ed ai consiglieri tutti, ma soprattutto alle lavoratrici ed ai lavoratori, che il CRAL possa rappresentare un momento di coesione sociale, di unione di intenti e che possa continuare a lavorare nell’esclusivo interesse di coloro che rappresenta.
In fede
Balzamo Luigi

Elezioni RSU/RLS 2010 in Wind Campania

Il 28 e 29 aprile 2010 si sono tenute le elezioni per RSU ed RLS in Wind (Campania e Basilicata).
Circa 1280 lavoratori erano chiamati ad esprimersi su quanto svolto negli ultimi 3 anni e soprattutto dare continuità o cambiamento (nella scelta della sigla o del candidato) al modo di fare sindacato in azienda.
Quarto Stato
Premesso che dal totale di 21 RSU precedenti si è scesi a 15 RSU, come si evince dal file Elezioni RSU 2010 che riporta tutti i voti, si sono presentate ben 5 sigle sindacali (SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL, UGL, DEMOCRAZIA NELLE RETI) e la percentuale di voto è stata molto alta (1141 votanti cioè 89%).

Le lavoratrici ed i lavoratori della Wind Campania e Basilicata hanno chiesto alla SLC-CGIL di rappresentarli e tutelarli, in maniera chiara e netta.

Su 15 RSU, ben 9 alla SLC -CGIL, 5 alla UILCOM-UIL ed 1 alla FISTEL-CISL.

Inoltre, da queste elezioni sono state elette anche le RLS (6 in totale); in particolare 4 alla SLC-CGIL e 2 alla UILCOM-UIL.

La FISTEL-CISL, da queste elezioni esce molto ridimensionata, a seguito anche delle tante vicissitudini della propria organizzazione regionale e provinciale.

Le RSU elette sono:

  1. Petrucci Domenico (SLC-CGIL) 107 voti
  2. Beneduce Claudio (UILCOM-UIL) 91 voti
  3. Balzamo Luigi (SLC-CGIL) 87 voti
  4. Polidoro Gennaro (SLC-CGIL) 82 voti
  5. Cordova Vincenzo (SLC-CGIL) 75 voti
  6. Del Giudice Guido (UILCOM-UIL) 60 voti
  7. Cavaliere Vincenzo (SLC-CGIL) 51 voti
  8. Conte Paola (SLC-CGIL) 46 voti (prima donna ad essere eletta)
  9. Desicato Vittorio (UILCOM-UIL) 38 voti
  10. Verdolino Marco (FISTEL-CISL) 31 voti

Sono stati nominati dalle segreterie regionali

  1. Murolo Davide (SLC-CGIL) 40 voti
  2. Cimmino Massimo (UILCOM-UIL) 28 voti
  3. Musto Antonio (SLC-CGIL) 27 voti
  4. Sacco Monica (SLC-CGIL) 24 voti
  5. Montefusco Maurizio (UILCOM-UIL) 23 voti

Le RLS nominate sono:

  • Balzamo, Conte, Cordova, Petrucci  per la SLC-CGIL
  • Beneduce, Montefusco per la UILCOM-UIL

Discorso di Piero Calamandrei sulla Costituzione

Un discorso di straordinaria attualità, moderno, a difesa della nostra Costituzione, del lavoro, dei lavoratori.

Domandiamoci che cosa è per i giovani la Costituzione. Che cosa si può fare perché i giovani sentano la Costituzione come una cosa loro, perché sentano che nel difendere, nello sviluppare la Costituzione, continua, sia pure in forme diverse, quella Resistenza per la quale i loro fratelli maggiori esposero, e molti persero, la vita.

Uno dei miracoli del periodo della Resistenza fu la concordia fra partiti diversi, dai liberali ai comunisti, su un programma comune. Era un programma di battaglia: Via i fascisti! Via i tedeschi!

Questo programma fu adempiuto. Ma il programma comune di pace, fu fatto in un momento successivo. E fu la Costituzione.

La Costituzione deve essere considerata, non come una legge morta, deve essere considerata, ed è, come un programma politico. La Costituzione contiene in sé un programma politico concordato, diventato legge, che è obbligo realizzare.

La nostra Costituzione, lo riconoscono anche i socialisti, non è una Costituzione che ponga per meta all’Italia la trasformazione della società socialista. La Costituzione è nata da un compromesso fra diverse ideologie. Vi ha contribuito l’ispirazione mazziniana, vi ha contribuito il marxismo, vi ha contribuito il solidarismo cristiano. Questi vari partiti sono riusciti a mettersi d’accordo su un programma comune che si sono impegnati a realizzare. La parte più viva, più vitale, più piena d’avvenire, della Costituzione, non è costituita da quella struttura d’organi costituzionali che ci sono e potrebbero essere anche diversi: la parte vera e vitale della Costituzione è quella che si può chiamare programmatica, quella che pone delle mete che si debbono gradualmente raggiungere e per il raggiungimento delle quali vale anche oggi, e più varrà in avvenire, l’impegno delle nuove generazioni.

Nella nostra Costituzione c’è un articolo che è il più impegnativo, impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti. Esso dice: << E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che, limitando di fatta la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese >>.

<< E’ compito… di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana >> ! Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità d’uomini.

Soltanto quando questo sarà raggiunto si potrà veramente affermare che la formula contenuta nell’articolo 1: << L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro>>, corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messi a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte: in parte è ancora un programma, un impegno, un lavoro da compiere.

Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

E’ stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà che oggi sono elencate e riaffermate solennemente erano sistematicamente disconosciute. Ed è naturale che negli articoli della Costituzione ci siano ancora echi di questo risentimento e ci sia una polemica contro il regime caduto e l’impegno di non far risorgere questo regime, di non far ripetere e permettere ancora quegli stessi oltraggi. Per questo nella nostra Costituzione ci sono diverse norme che parlano espressamente, vietandone la ricostituzione, del partito fascista. Ma nella nostra Costituzione c’è qualcosa di più, questo soprattutto i giovani devono comprendere.

Ma c’è una parte della Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società. Perché quando l’articolo vi dice: << E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana >>, riconosce con ciò che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto, e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione! Un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.

Ma non è una Costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria perché <<rivoluzione>>, nel linguaggio comune, s’intende qualche cosa che sovverte violentemente. Ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, esse siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dall’impossibilità per molti cittadini d’essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica potrebbe anch’essa contribuire al progresso della società.

Quindi polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: lo lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani. E’ un po’ una malattia dei giovani, l’indifferentismo. << La politica è una brutta cosa >>. << Che me ne importa della politica?>>.

Quando sento pronunciare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due migranti, due contadini che attraversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime. Il piroscafo oscillava e allora quando il contadino, impaurito, domanda ad un marinaio: << Ma siamo in pericolo? >> e quello dice: << Se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda >>. Allora lui corre nella stiva, va a svegliare il compagno e grida: << Beppe, Beppe, Beppe! >>. – <<Che c’è? >>. – << Se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda! >>. E quello: << Che me ne importa, non è mica mio! >>.

Questo è l’indifferentismo alla politica: è così bello, è così comodo, la libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. Lo so anch’io. Il mondo è bello, vi sono tante belle cose da vedere e godere oltre che occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa.

Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso d’asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso d’angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso d’angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica.

La Costituzione, vedete, è l’affermazione, scritta in questi articoli che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune: ché, se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento.

E’ la carta della propria libertà, la carta, per ciascuno di noi, della propria dignità d’uomo.

Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946. Questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, per la prima volta andò a votare, dopo un periodo d’orrori, di caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi.

Io ero, ricordo, a Firenze. Lo stesso è capitato qui: queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta, lieta perché aveva la sensazione di aver ritrovato la propria dignità: questo dare il voto, questo portare la propria opinione, per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi della nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi voi, giovani, alla Costituzione dovette dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendervi conto, rendervi conto, che ognuno di noi non è solo, non è solo; che siamo in più, che siamo parte anche di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo.

Ora, vedete, io non ho altro da dirvi: in questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie; essi sono tutti sfociati qui in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli si sentono delle voci lontane.

A difesa dell'acqua pubblica

Oggi (18-11-2009) con il voto di fiducia alla Camera dei Deputati si è concluso l’esame del decreto 135/09 il cui Art. 15 sancisce la definitiva e totale privatizzazione dell’acqua potabile in Italia.
Il Governo impone per decreto che i cittadini e gli Enti Locali vengano espropriati di un diritto e di un bene comune com’è l’acqua per consegnarlo nelle mani dei privati e dei capitali finanziari. Ciò avviene sotto il falso pretesto di uniformare la gestione dei servizi pubblici locali alle richieste della Commissione Europa mentre non esiste nessun obbligo e le modifiche introdotte per sopprimere la gestione “in house” contrastano con i principi della giurisprudenza europea. Nonostante sia oramai sotto gli occhi di tutti che le gestioni del servizio idrico affidate in questi ultimi anni a soggetti privati, sperimentate in alcune Provincie Italiane o a livello europeo abbiano prodotto esclusivamente innalzamento delle tariffe, diminuzione degli investimenti e un aumento costante dei consumi, si continua a sostenere che mercato e privati siano sinonimi di efficienza e riduzioni dei costi.

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua è sceso da subito in campo per contrastare questo provvedimento con la campagna nazionale “Salva l’Acqua” verso la quale si è registrata un’elevatissima adesione.

Ad oggi abbiamo consegnato al Presidente della Camera 45.000 firme a sostegno dell’appello che chiedeva il ritiro delle norme che privatizzano l’acqua.

Inoltre, migliaia di persone hanno manifestato il proprio dissenso e contrarietà all’Art.15 in un presidio svoltosi lo scorso 12 Novembre a Piazza Montecitorio e in varie mobilitazioni territoriali, migliaia di persone hanno inviato mail ai parlamentari per chiedere di non convertire in legge il decreto 135/09, molte personalità hanno espresso da una parte la loro indignazione e dall’altra il loro sostegno alla campagna. In questi giorni è cresciuta nella società la consapevolezza che consegnare l’acqua al mercato significa mettere a rischio la democrazia. Nonostante questa mobilitazione della società civile e degli stessi Enti locali, il Governo ha imposto il voto di fiducia e non accoglie le richieste e le preoccupazioni espresse anche molti Sindaci di amministrazioni governate da maggioranze di differenti colori politici.

Come Forum dei Movimenti per l’Acqua siamo indignati per la superficialità con cui il Governo, senza che esistessero i presupposti di urgenza, ha voluto accelerare la privatizzazione dell´acqua.

A questo punto siamo convinti che la contestazione dovrà essere ricondotta nei territori, per chiedere agli Enti Locali che si riapproprino della podestà sulla gestione dell’acqua tramite il riconoscimento dell’acqua come diritto umano e il servizio idrico integrato come servizio pubblico locale privo di rilevanza economica e nel contempo di sollecitare le Regioni ad attivare ricorsi di legittimità nei confronti del provvedimento.

Queste percorsi di mobilitazione sono percorribile così come dimostrano le delibere approvate dalla Giunta regionale pugliese, dalle tante delibere approvate dai consigli comunali siciliani e nel resto d’Italia, da ultimo quello di Venezia.

Il popolo dell’acqua continuerà la battaglia per la ripubblicizzazione del servizio idrico assumendo iniziative territoriali e nazionali volte a superare l’Art. 15 del decreto legge.

Come Forum dei Movimenti, chiediamo a tutta la società civile di continuare la mobilitazione e far sentire il proprio dissenso anche dopo l´approvazione dell´art. 15 attraverso mobilitazioni sui territori ed invio di messaggi a tutti i partiti, ai consiglieri comunali provinciali e regionali, ai parlamentari locali

A Sindaci ed agli eletti chiediamo di dar vita nelle rispettive istituzioni a prese di posizioni chiare che respingano la legge e di dar vita a iniziative di protesta nelle istituzioni stesse.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua