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Riflessioni di Azzola (SLC-CGIL) dopo il CDA Telecom del 7-11-2013

Vi riporto questo stralcio  (del quale ho arbitrariamente sottolineato alcune parti) della lettera del Segretario Nazionale SLC-CGIL Michele Azzola al Presidente Letta su TELECOM.
Lo faccio perché “interessarsi” di Telecom è importante non solo perché siamo tutti lavoratori ed anche dello stesso settore, ma impatta anche su Wind, essendo l’azienda che di fatto ha un grosso bacino di utenza, moltissimi lavoratori e certe “sue scelte” incidono pesantemente su tutto il settore, come ad esempio la  vendita di alcuni asset (le torri BTS), il mancato (per ora) scorporo della rete, ecc.

Telecom: Azzola (Slc Cgil) a Letta, Telecom non è affare personale
“Le decisioni di cedere asset strategici all’estero, di non distribuire i dividendi sulle azioni ordinarie e di emettere un convertendo da 1,3 miliardi di euro sono tra loro collegate e non sono nell’interesse dell’azienda, dei piccoli azionisti nè del Paese. Però gli interessi delle banche vengono comunque sempre tutelati” dichiara Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil.

Il rilancio di una società che ha circa 28 miliardi di indebitamento non può passare infatti attraverso dismissioni di asset che producono risultati finanziari positivi ed un risibile aumento di capitale travestito (il convertendo) finalizzato esclusivamente a proteggere la quota di dividendo delle banche (la cedola per tre anni del 6,125%) che lo hanno sottoscritto.

La riduzione dimensionale di una società non potrà infatti che avere inevitabilmente ripercussioni negative sull’occupazione e sul reddito nazionale in cambio di un marginale aumento della profittabilità nel breve termine funzionale tra l’altro a pagare la cedola (ossia un dividendo per pochi) del convertendo.

Il piano industriale approvato dal CDA del 7 novembre, conferma tutte le preoccupazioni che il sindacato ha manifestato dopo l’accordo intervenuto tra i soci di Telco che assegna a Telefonica il controllo di fatto della società.
Un piano industriale tutto ispirato a fare “cassa” nell’immediato, ma che, di fatto, creerà le condizioni per cui fra pochi anni l’Ebidta dell’azienda subirà contraccolpi tali da non consentire la sopravvivenza dell’azienda italiana.

Sulla scia di quanto già fatto dai “capitani coraggiosi” si sceglie la finanza “creativa” con la vendita, e il conseguente riaffitto, delle torri e degli immobili perseverando su scelte che hanno defraudato il patrimonio della società lasciandone in eredità canoni di locazione, per il patrimonio venduto, a canoni elevatissimi rispetto le condizioni di mercato.

Inoltre, si sceglie di vendere la controllata Tim Argentina, che realizza un aumento dei profitti del 24% nell’ultimo anno, sapendo che la vendita di Tim Brasil è solamente rinviata al momento in cui il controllo di Telefonica sarà operativo e l’antitrust Brasiliano imporrà la dismissione della stessa in considerazione che Telefonica è già presente su quel mercato con il primo operatore.
Infine, vista l’assoluta indisponibilità di Telefonica a varare un aumento di capitale, che resta l’unica soluzione plausibile per il rilancio degli investimenti necessari al Paese, si aumenta l’indebitamento aziendale con un bond convertibile che, in considerazione del rating di Telecom, sarà collocato a tassi di interesse elevatissimi garantendo i dividendi a pochi “fortunati” che contribuirà a trasferire risorse dalle casse di Telecom a quelle delle banche che gestiranno l’operazione, continuando a spolpare un’azienda che solo quindici anni fa era il quinto operatore mondiale.
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Ad un anno …

Ad un anno preciso dall’accordo per evitare esternalizzazione della Rete WIND e per essere antesignani di un accordo che non scaricasse sui lavoratori i guai ed i debiti manageriali (di proprietà passate, in particolare), resto convinto, ancora di più, ancora una volta, che quell’accordo (che deve ancora realizzarsi, deve ancora completarsi) sia stato lungimirante.

Abbia tutelato noi dipendenti sebbene ci sia molto costato in termini economici e di migliorie acquisite. Abbiamo evitato che l’azienda divenisse uno spezzatino, dopo la Rete, sicuramente altri settori sarebbero stati ceduti, venduti, esternalizzati.
Indietro non si torna.
L’accordo va realizzato, va reso operativo perché tornare indietro significa perdere tutto, perdere l’azienda e soprattutto il lavoro, non significa ritornare invece alle condizioni passate, perché le condizioni passate erano figlie di un mercato diverso, di un’economia delle TLC e dell’Italia completamente diverse.
Non capirlo e/o non dirlo significa farsi del male, significa prendere in giro le persone.

Ci siamo mossi in anticipo proprio per non arrivare “con acqua alla gola anche se era già giunta al labbro inferiore”.
Proprio per i debiti (specie per gli interessi), proprio perché a partire da Telecom, Vodafone, Ericsson (aziende che hanno 5-6-10 volte il nostro fatturato) l’unica risposta è sempre e solo licenziare i dipendenti, tagliare stipendi (noi abbiamo tagliato le prestazioni accessorie allo stipendio), proprio per assicurare investimenti futuri e soprattutto conservare il nostro posto di lavoro, abbiamo accettato noi tutti di sottoscrivere quell’accordo.
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Cassazione: le ferie non godute sono monetizzabili

Da http://www.lavoroediritti.com/2013/08/cassazione-le-ferie-non-godute-sono-monetizzabili/

La Corte di Cassazione, con sentenza nr. 18168 dello scorso 26 luglio, ha affermato che, in caso di mancata fruizione delle ferie, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta comunque al lavoratore l’indennità sostitutiva.

La pronuncia è giunta in Cassazione a seguito del ricorso proposto dalla Regione Calabria contro la sentenza d’appello che, riteneva monetizzabili le ferie di cui il lavoratore non aveva goduto, anche se, una specifica disposizione pattizia (art. 18, comma 9, c.c.n.l. del 6/7/1995) prevedeva tale monetizzazione solo nell’ipotesi in cui le ferie spettanti non fossero state fruite per esigenze di servizio, situazione nella specie non sussistente.

Gli Ermellini, richiamano al riguardo, il principio giurisprudenziale secondo cui, “in relazione al carattere irrinunciabile del diritto alle ferie, garantito anche dall’art. 36 Cost. e dall’art. 7 della direttiva 2003/88/CE (v. la sentenza 20 gennaio 2009 nei procedimenti riuniti c-350/06 e c-520/06 della Corte di giustizia dell’Unione europea), ove in concreto le ferie non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore l’indennità sostitutiva che ha, per un verso, carattere risarcitorio, in quanto idonea a compensare il danno costituito dalla perdita di un bene (il riposo con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali, l’opportunità di svolgere attività ricreative e simili) al cui soddisfacimento l’istituto delle ferie è destinato.
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Riposi giornalieri (allattamento) e ROL

Allora, la compagna Pagliara ha fatto un’interpellanza e questa è la risposta
Prot. n.° 7718 del 07/02/2013 DIR/URP
Risposta al f. n° 6722 del 04/02/2013

Oggetto: richiesta informazioni – riposi per allattamento.

Gentile utente, in riscontro alla richiesta pervenuta via e-mail in data 4 febbraio 2013, si rappresenta che, gli artt. 1 e 9 della L.53/2000 prevedono misure dirette a garantire la piena tutela della donna lavoratrice e nel contempo, a salvaguardare il suo ruolo essenziale nella famiglia.
In particolare, in riferimento ai sopracitati artt. 1 e 9 della L.53/2000 ed al D.L. 151/2001 – TU della maternità, la lavoratrice in questione ha diritto alle ore giornaliere di allattamento, oltre alla possibilità di cumulare nella stessa giornata i suddetti “riposi” con altre forme di permesso (retribuito o ROL, ore di recupero, banca ore), chiedendo di essere assegnata a turni di lavoro compatibili con la propria qualifica e le comprovate esigenze familiari.
A fronte di tali richieste, il datore di lavoro è tenuto a valutare, con la massima attenzione, ogni soluzione utile ad agevolare la funzione dell’assolvimento genitoriale del dipendente, anche attraverso una diversa organizzazione del lavoro o una flessibilizzazione degli orari e quindi concordare, se possibile, con il lavoratore, un diverso orario di lavoro (interpello n.68/2009 del Ministero del Lavoro – DGAI; artt.3 e 37 della Costituzione). Tale valutazione andrà effettuata con riferimento al caso concreto, avendo riguardo della oggettiva e comprovata situazione di difficoltà familiare ed alle documentate esigenze di accudimento ed educative della prole.
Nello specifico,con la nota di interpello n.16/2011, la DGAI del Ministero del Lavoro evidenzia che, i permessi per riduzione orario lavoro (ROL) costituiscono un istituto di fonte contrattuale che consente al lavoratore di astenersi dall’espletamento della prestazione lavorativa, senza dover subire un decurtazione sulla misura della retribuzione. Tale riduzione determinata in relazione alle mansioni svolte dal lavoratore, si attua attraverso la concessione di permessi orari, la cui durata può anche coincidere con una o più giornate lavorative.
I permessi in questione, che possono essere fruiti sia individualmente che collettivamente, rappresentano una forma di riduzione dell’orario di lavoro annuale, stabilita su base giornaliera o settimanale, in relazione ai diversi settori di appartenenza.

All’uopo occorre precisare che, ogni volta che l’orario di lavoro giornaliero della lavoratrice risulta inferiore al minimo di 6 ore previste dalla legge sull’allattamento, come ad esempio quando capitano eventi particolari ed occasionali (uno sciopero, un permesso retribuito o non retribuito previsto dal CCNL, ecc.), bisogna tener conto dell’orario previsto dal contratto individuale della lavoratrice e non dell’orario di lavoro effettivamente prestato in azienda.
Pertanto, i riposi giornalieri per allattamento non possono subire spostamenti o soppressioni in relazione a particolari evenienze che potrebbero ridurre la durata dell’orario di lavoro, per cui conta l’orario contrattuale di lavoro, non quello prestato.
Al riguardo, anche la circolare INPS n.95 bis-punto 1. del 2006 chiarisce il rapporto tra i permessi orari giornalieri per allattamento e le ore di recupero della banca ore. Ai fini del diritto ai riposi giornalieri, nonché al relativo trattamento economico, va preso in considerazione l’orario di lavoro giornaliero contrattuale, e non quello effettivamente prestato nelle singole giornate.
Ne consegue che i riposi di cui all’oggetto, sono riconosciuti anche laddove la somma delle ore di recupero e delle ore di allattamento, esauriscano l’intero orario giornaliero di lavoro, comportando di fatto, la totale astensione dall’attività lavorativa. La suddetta circolare INPS al punto 2. fornisce ulteriori chiarimenti in merito alla possibilità di riconoscere i riposi giornalieri per allattamento, anche nel caso limite di una lavoratrice madre con contratto part-time orizzontale, che può effettuare solo un’ora di lavoro nell’arco della giornata. Per cui, la probabile coincidenza del riposo giornaliero, con l’unica ora di lavoro, pur comportando una totale astensione della lavoratrice dall’attività lavorativa, non preclude il riconoscimento del diritto al riposo per allattamento.
Al riguardo si ricorda che, i riposi assicurano alla lavoratrice la possibilità di provvedere all’assistenza diretta del bambino, e perciò la distribuzione dell’orario di lavoro deve essere concordata tra la lavoratrice stessa ed il datore di lavoro, tenendo conto anche delle esigenze di servizio. In caso contrario, ovvero, di mancato accordo, la distribuzione dei riposi sarà determinata dall’intervento del Direzione Territoriale del Lavoro, competente per territorio, a cui la lavoratrice potrà inoltrare la richiesta.
In definitiva, con la normativa di riferimento, si promuove l’essenzialità del valore sociale della maternità, garantendo contestualmente, la funzione familiare e lavorativa della donna, nel tentativo di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro della lavoratrice madre, assicurando anche, forme di flessibilità dell’orario e dell’organizzazione del lavoro.

Per ulteriori delucidazioni e/o chiarimenti in merito alla richiesta di distribuzione dei riposi, in caso di mancato accordo con il datore di lavoro (L.1204/71 art.10 e D.P.R. 1026/76), è possibile contattare: la responsabile dell’Unità Operativa Provvedimenti Amministrativi – dr.ssa Amina Laganara – tel. 081.5508497 – e-mail: alaganara@lavoro.gov.it

Distinti saluti
F.to Il Referente URP
(Dr.ssa Credendino Rosa)

riposo settimanale connesso al risarcimento del danno del lavoratore

Leggo da Sentenze cassazione

La Cassazione affronta il tema del riposo settimanale connesso al risarcimento del danno del lavoratore
Corte di Cassazione Sentenza n. 6727 del 18 marzo 2013

In materia di lavoro la Suprema Corte ha ricordato che il riposo settimanale per il lavoratore è un diritto costituzionalmente garantito e, pertanto, dopo sei giorni trascorsi a lavoro, la pausa è necessaria per recuperare le energie psicofisiche (art. 2109, comma 1, c.c., dall’art. 36, comma 3, della Costituzione).

La sentenza n. 6727 del 18 Marzo 2013 ha stabilito che la mancata concessione del riposo settimanale è illegittima anche se è stata inserita all’interno del contratto di lavoro poichè, secondo quanto dettato dagli artt. 1418 e 1346 c.c.(oltre che dalla costituzione), dette clausole sarebbero comunque nulle per illiceità dell’oggetto.

Gli ermellini hanno affermato che il fatto di perdere il giorno di riposo nell’arco superiore ai sette giorni deve inquadrarsi nell’ambito risarcitorio e non retributivo poichè tale pausa è mira non già a compensare la prestazione lavorativa eccedente, ma ad indennizzare il lavoratore per a perdita del riposo e la conseguente usura psico-fisica ma occorre provare il concreto pregiudizio subito.

Nel caso di specie, il lavoratore ha chiamato in giudizio ilproprio datore di lavoro per vedersi riconosciuto il diritto al risarcimento per l’insufficiente riposo settimanale per l’arco di tempo aprile 1981 – gennaio 1995 oltre al danno da usura psico-fisica da calcolarsi nella misura di 1/26 della retribuzione mensile per ogni giornata di riposo non goduta, ovvero in altro importo ritenuto equo.

Il tribunale che ha trattato il caso in primo grado ha negato questo riconoscimento ma  in appello la sentenza è stata parzialmente riformata e l’azienda è stata condannata al pagamento in favore del dipendente della somma liquidata in via equitativa pari ad €.387,34.
Infine, la Cassazione, dopo aver fatto le succitate considerazioni, ha concluso comunque per il rigetto del ricorso del lavoratore.

Cos'è il fiscal drag

Non è una bestemmia ne un animale fantasioso che invece delle fiamme lancia chissà cosa, ma sono le tasse in più che abbiamo pagato rispetto al dovuto e che lo Stato ci dovrebbe restituire.

Per l’ennesima volta la CGIL, tramite il Segretario Camusso, parla di fatti concreti, di azioni concrete da porre in atto

Il segretario Camusso apre a una riduzione dell’Irap, ma “a condizione che ci sia reciprocità con un intervento a beneficio dei lavoratori”.

In questo senso, la proposta della Confederazione è“restituire il fiscal drag ai lavoratori con un intervento una tantum, finanziato dagli introiti provenienti dalla lotta all’evasione fiscale”.

L’andamento dei salari nel corso degli ultimi sei anni, ovvero tra il 2007 e il 2013, dove il fiscal drag e l’aumento delle addizionali Irpef hanno determinato a carico dei salari un aggravio di tasse annuo di circa 500 euro per i single (pari a +1,9%) e di oltre 600 euro per i coniugati (+2,3%).

Parallelamente il fiscal drag ha riempito le casse dello stato: a fine 2013 il “prelievo ingiustificato” sui redditi supererà i dieci miliardi di euro.

C’è la necessità di una riforma fiscale che abbia le caratteristiche di equità e di redistribuzione della tassazione, capace di evitare che il prelievo sia centrato soprattutto sul lavoro dipendente e sulle pensioni.

Ripristinare la norma sul fiscal drag, in vigore fino al 1985, per rendere inefficace l’effetto perverso dell’inflazione sul prelievo fiscale; insieme a quella norma che garantisce l’invarianza tra prelievo nazionale e prelievo locale.

 

Esempio tratto da wikipedia

Una persona che guadagna € 20.000 l’anno, soggetto ad una tassazione del 20% oltre la soglia di non tassazione di 5.000 € l’anno, pagherà (20.000-5.000) lo 0,2, che equivale a 3.000 € di imposte, cioè il 15% del suo reddito.

Si supponga, allora, per il recupero sull’inflazione, che il suo reddito aumenti del 5% mentre il governo incrementi il limite di non tassazione del 2%. In questo caso dovrà pagare (21.000-5.100) lo 0,2, pari a 3.180 €, ovvero il 15,14% del reddito. A questo occorre anche aggiungere quanto dovrà pagare in più nel caso l’aumento di reddito lo facesse rientrare in una aliquota fiscale maggiore. In questo caso la proporzione del guadagno prelevato dal fisco è aumentata, al netto di un mancato aumento reale dei redditi.

Vodafone – Comunicato nazionale

Si è svolto, nella giornata del 21 marzo u.s., l’incontro con i vertici di Vodafone in merito alla riorganizzazione aziendale che prevede 700 esuberi e una riduzione del costo del lavoro di 80 milioni. Riorganizzazione resasi necessaria a causa della crisi economica e dalla selvaggia concorrenza presente nel settore, che hanno determinato una forte contrazione del fatturato con la previsione di altre riduzioni per l’anno in corso.
Il confronto è ripreso dal verbale di rinvio, sottoscritto in data 14 marzo 2013, che ha impegnato l’azienda a trovare soluzioni condivise che evitino i licenziamenti.
Vodafone ha formalizzato una serie di proposte che prevedono il ricorso alla mobilità volontaria, il trasferimento territoriale del personale e la cessione di 2 rami aziendali, inerenti alle attività delle frodi e quelle del facility management, per un totale di circa 60 unità. Soluzioni che negano la volontà di cercare soluzioni non traumatiche.
Inoltre, sono stati proposti una serie d’interventi sul costo del lavoro che contemplano il dimezzamento della base inerente al premio di risultato, un piano di gestione per lo smaltimento delle ferie e dei Rol, la smonetizzazione delle festività coincidenti con i giorni festivi, il ripristino delle maggiorazioni contrattuali per gli istituti come straordinario ecc, l’applicazione del ccnl per quanto riguarda gli scatti di anzianità, la riduzione del 30% della reperibilità, l’assorbimento dei superminimi per quota parte degli aumenti contrattuali, l’utilizzo delle pause per videoterminali per scopi formativi e la riduzione volontaria, all’interno dei customer, dell’orario di lavoro da 8 a 4 ore.
Le Segreterie Nazionali, unitamente al Coordinamento delle RSU, hanno manifestato una decisa contrarietà alle proposte avanzate dall’azienda. In particolare hanno sottolineato che trasferimenti e cessioni di ramo rappresentano soluzioni traumatiche inaccettabili e che il sindacato non potrà mai condividere.
Inoltre, è stato evidenziato come l’insieme delle proposte non consegua l’obiettivo, condiviso, di progettare un rilancio dell’impresa in cui il personale possa riconoscersi, ma rappresentano solo tagli lineari che produrrebbero l’effetto di demotivare fortemente il personale. Condizione che condannerebbe l’azienda ad avvitarsi su se stessa in un lungo declino, come, peraltro, evidenziato dallo stesso Amministratore Delegato durante l’illustrazione del progetto aziendale.
Il Coordinamento unitario, riunitosi in data 22 marzo, ha analizzato l’insieme delle proposte aziendali e ha fatto una valutazione complessiva sullo stato della vertenza.
L’analisi ha fatto emergere con forza come l’insieme delle proposte aziendali vada rigettato perché non adeguato all’obbiettivo e fortemente sbilanciato su tagli nei confronti del personale più debole. In particolare il Coordinamento respinge la possibilità di praticare trasferimenti territoriali e cessioni di ramo d’azienda. Inoltre, sulle richieste di riduzione del costo del lavoro, ha evidenziato come ci sia uno squilibrio inaccettabile.
Oltre a ciò, il Coordinamento ha sottolineato la mancanza, nella proposta aziendale, di una garanzia sul perimetro aziendale e sulla tutela dell’occupazione per un periodo adeguato a traguardare la crisi economica in corso.

Il Coordinamento ha proposto di riprendere la trattativa sulla base di proposte alternative che consentano di perseguire i risultati attesi in un’ottica di equità e solidarietà, per un rilancio vero dell’azienda che guardi alla qualità e all’efficienza. In particolare il Coordinamento ha deciso che l’accordo dovrà definirsi sulla base delle seguenti
linee:
· Analisi puntuale degli esuberi denunciati dall’azienda e verifica sul futuro delle attività impattate dalle procedure (vedi formazione);
· Utilizzo della mobilità volontaria accompagnata da un sistema d’incentivazioni aziendali, definito tra le parti, da estendere a tutto il perimetro aziendale;
· Accoglimento delle domande di riduzione dell’orario da Tempo Pieno a Tempo Parziale avanzato da parte di tutto il personale;
· Riconversione professionale di tutto il personale che dovesse essere in esubero garantendo le attuali sedi di lavoro. Tale processo dovrà essere accompagnato da internalizzazioni diattività oggi gestite all’esterno che dovranno essere dettagliate nella quantità e nella tipologia (appalti e consulenti)
· Individuazione dei volumi di attività delle attività di customer gestiti internamente, esternamente e delocalizzati con la previsione, al fine di garantire una miglior qualità del servizio e una riduzione dei costi determinato dalle recall di reclamo di clienti gestiti
dall’estero, di riportare le attività in Italia;
· Definizione di un periodo temporale adeguato in cui l’azienda s’impegna a garantire l’attuale perimetro di attività e gli attuali livelli occupazionali;
· Superamento dei sistemi retributivi individuali Grand Prix e del Performance Dialoque;
· Condivisione di una razionalizzazione e del contenimento della spesa per gli Stip;
· Informativa aziendale sugli interventi di contenimento dei costi posti a carico dei manager;
· Interventi di contenimento sui costi che garantiscano equità evitando eccessivi sacrifici nei confronti del personale a più basso reddito.
Oltre a questo è evidente che sarà necessario garantire una partecipazione continua del sindacato alla fase di riorganizzazione attraverso il monitoraggio e la verifica sulla completa applicazione dell’intesa raggiunta.
Le Segreterie Nazionali, congiuntamente al Coordinamento, ritengono indispensabile, alla ripresa del confronto, avviare una discussione che ricerchi un’intesa a partire da questi temi preannunciando che, laddove non vi fosse disponibilità aziendale, al termine del prossimo incontro diventerà ineluttabile aprire le procedure di raffreddamento e alzare il livello di scontro con l’azienda per modificare un’impostazione sbagliata e dannosa per il futuro aziendale.
I lavoratori e le loro rappresentanze ritengono indispensabile procedere a un riposizionamento dell’azienda che consenta di rilanciarla, superando anche gli errori commessi dagli attuali vertici, permettendole di attraversare il difficile momento economico attraversato dal settore e dal Paese garantendo gli attuali livelli occupazionali e l’attuale perimetro di attività gestito.
Nel frattempo vanno garantite assemblee dei lavoratori per tenerli costantemente informati sullo stato della vertenza e predisporli a eventuali iniziative di lotta.
Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILCOM-UIL

L'azienda WIND muta

I dati economici di Wind nel 2012 sono in chiaroscuro, con relativi buoni risultati ma che registrano anche dati negativi. Il mercato è complicato, il settore soffre di mancanza di investimenti nonchè di regole certe.

Alcuni brevi dati per capire che il fatturato 2012 scende del 2,6%, che l’EBITDA 2012 cala del 2,7%. L’ARPU del mobile cresce e quello del fisso cala.

Vorrei riflettere su altri aspetti.
In un settore TLC dove Vodafone licenzia, come comunicato in una riunione con i sindacati del 6-3-2013,  ben 700 persone  a cui si aggiungono gli esternalizzati di Rete ed, ancora più in passato, del CC (in Comdata), Telecom prepara altri 5500 esuberi, Almaviva con centinaia di esuberi, ecc ecc il nostro accordo di ottobre 2012  continua ad essere un punto di riferimento. In molti, tra dipendenti ed RSU Vodafone, auspicano un accordo stile Wind.

Sia chiaro …. L’accordo di ottobre 2012 è costato e costa soldi, sacrifici e meno potere di acquisto per le lavoratrici ed i lavoratori, ma è servito per darci garanzie e tutele  occupazionali, serve per fare investimenti per crescere. Esserci mossi in anticipo con lo scopo di difendere il lavoro e quindi i lavoratori ci consente di affrontare questo difficile 2013 preparandoci adeguatamente ai cambiamenti.

Come riportato nel link sui risultati aziendali e nel Bilancio Wind 2012, i risparmi di costi operativi determinati dall’accordo ammontano a 40-45 milioni così come essere ricorsi ad un unico fornitore in luogo dei tanti fornitori, ha consentito un risparmio di altri 40 milioni nel 2013.

Aver sottoscritto (col voto dei lavoratori) un accordo che per certi versi è un passo indietro rispetto al passato, ma che ci consente di mantenere il lavoro nonché il salario (sono state ridotte le prestazioni accessorie, ma il fondoschiena brucia lo stesso) e fare investimenti, significa scommettere sul futuro, su noi stessi e che le analisi fatte ed a voi descritte in passato (declino dei conti Wind causa crisi mercato), sono purtroppo veritiere.

L’azienda sta mutando. Il settore commerciale si riorganizza, sostando anche professionalità qualificate ad altre mansioni, chiudendo canali di vendita non per mancanza di risultati ma per ridurre i costi e per cambio di strategia.
Anche il customer si riorganizza, per ridurre costi, efficientando i processi, con l’obiettivo di internalizzare attività, provando a superare la divisione mobile-fisso, ecc.
Anche la BU Corporate ha difficoltà, dove ci sono tantissimi clienti che “non generano soldi”, dove poco più di 300 clienti/aziende generano la quasi totalità delle entrate economiche e con spese per cliente che superano le entrate per cliente.
Un esempio recente è la soppressione L del CD&A che si occupava della gestione clientela Corporate (Provisioning ed Assurance) le cui funzionalità sono state accorpate in strutture organizzative già presenti.

Questi cambiamenti generano apprensione, tensione ma sono il sintomo che questo accordo si sposta dalla carta alla pratica, che pure gli ottimi risultati conseguiti in questi anni grazie al nostro lavoro, non ci consentono di rilassarci e godercene i frutti viste le condizioni economiche italiane.

E’ necessario tutelare i nostri diritti, dal diritto al lavoro a quelli legislativi e contrattuali; è fondamentale che questo accordo diventi pratica non per servilismo aziendale, ma perché se i sacrifici economici, professionali e produttivi che stiamo già facendo  non si dovessero concretizzare in un miglioramento dei conti economici aziendali, correremo il rischio “di perdere sia Filippo che il panaro”.

—- Andamento del DEBITOo ——
Debito aziendale 2011 = 9346 milioni di euro
Debito aziendale 2012 = 9151 milioni di euro

—- EBITDA ——
EBITDA 2010 = 2130  milioni di euro
EBITDA 2011 = 2120  milioni di euro
EBITDA 2012 = 2063  milioni di euro
(il valore del 2013 sarà importante per conseguire il Premio di Risultato)

—- Gli ultimi risultati di Esercizio ——
Risultato esercizio di gruppo 2008 = 385 milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2009 = 308 milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2010 = 252 milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2011 = 154 milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2012 = 124 milioni di euro

Wind sta mutando (risultati economici e non solo)

I dati economici di Wind nel 2012 sono in chiaroscuro, con relativi buoni risultati ma che registrano anche dati negativi.
Il mercato è complicato, il settore soffre di mancanza di investimenti nonchè di regole certe.
Alcuni brevi dati per capire che il fatturato 2012 scende del 2,6%, che l’EBITDA (fondamentale per il calcolo del nostro prossimo Premio di Risultato) cala del 2,7%. L’ARPU del mobile cresce e quello del fisso cala.

Vorrei riflettere con voi su altri aspetti.

In un settore TLC dove Vodafone licenzia, come comunicato in una riunione con i sindacati del 6-3-2013,  ben 700 persone  a cui si aggiungono gli esternalizzati di Rete ed, ancora più in passato, del CC (in Comdata), Telecom prepara altri 5500 esuberi, Almaviva con centinaia di esuberi, ecc ecc il nostro accordo di ottobre 2012  continua ad essere un punto di riferimento. In molti, tra dipendenti ed RSU Vodafone, auspicano un accordo stile Wind.

 Sia chiaro …. L’accordo di ottobre 2012 è costato e costa soldi, sacrifici e meno potere di acquisto per le lavoratrici ed i lavoratori, ma è servito per darci garanzie e tutele  occupazionali, serve per fare investimenti per crescere. Esserci mossi in anticipo con lo scopo di difendere il lavoro e quindi i lavoratori ci consente di affrontare questo difficile 2013 preparandoci adeguatamente ai cambiamenti.

I risparmi di costi operativi determinati dall’accordo ammontano a 40-45 milioni così come essere ricorsi ad un unico fornitore in luogo dei tanti fornitori, ha consentito un risparmio di altri 40 milioni nel 2013.
Aver sottoscritto (col voto dei lavoratori) un accordo che per certi versi è un passo indietro rispetto al passato, ma che ci consente di mantenere il lavoro nonché il salario (sono state ridotte le prestazioni accessorie, ma il fondoschiena brucia lo stesso) e fare investimenti, significa scommettere sul futuro, su noi stessi e che le analisi fatte ed a voi descritte in passato (declino dei conti Wind causa crisi mercato), sono purtroppo veritiere.

L’azienda sta mutando. Il settore commerciale si riorganizza, sostando anche professionalità qualificate ad altre mansioni, chiudendo canali di vendita non per mancanza di risultati ma per ridurre i costi e per cambio di strategia.
Anche il customer si riorganizza, per ridurre costi, efficientando i processi, con l’obiettivo di internalizzare attività, provando a superare la divisione mobile-fisso, ecc.
Anche la BU Corporate ha difficoltà, dove ci sono tantissimi clienti che “non generano soldi”, dove poco più di 300 clienti/aziende generano la quasi totalità delle entrate economiche e con spese per cliente che superano le entrate per cliente.

Un esempio recente è la soppressione L del CD&A che si occupava della gestione clientela Corporate (Provisioning ed Assurance) le cui funzionalità sono state accorpate in strutture organizzative già presenti.

Questi cambiamenti generano apprensione, tensione ma sono il sintomo che questo accordo si sposta dalla carta alla pratica, che pure gli ottimi risultati conseguiti in questi anni grazie al nostro lavoro, non ci consentono di rilassarci e godercene i frutti viste le condizioni economiche italiane.

E’ necessario tutelare i nostri diritti, dal diritto al lavoro a quelli legislativi e contrattuali; è fondamentale che questo accordo diventi pratica non per servilismo aziendale, ma perché se i sacrifici economici, professionali e produttivi che stiamo già facendo  non si dovessero concretizzare in un miglioramento dei conti economici aziendali, correremo il rischio “di perdere sia Filippo che il panaro”.

Debito aziendale 2011 = 9346 milioni di euro
Debito aziendale 2012 = 9151 milioni di euro
EBITDA 2010 = 2130  milioni di euro
EBITDA 2011 = 2120  milioni di euro
EBITDA 2012 = 2063  milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2008 = 385 milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2009 = 308 milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2010 = 252 milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2011 = 154 milioni di euro
Risultato esercizio di gruppo 2012 = 124 milioni di euro

Esuberante Telecom

C’è chi licenzia usando la Fornero, chi licenzia e basta, chi risparmia riducendo premi, indennità, trasferte, pagamento rol ma restando “tutti dentro” e chi fa esuberi come Telecom.
Non c’è una via d’uscita univoca  da questa crisi economica che è divenuta anche sociale, ma prima di tutto umana.

Sembra che Telecom, alle prese con un bilancio troppo in rosso, punti all’ennesima riorganizzazione.
In un piano presentato ai sindacato l’azienda vuole internalizzare attività e recuperare efficienze nelle varie strutture.

Leggendo sul web, per il biennio 2013-2014, l’azienda “vorrebbe proseguire nella difficile gestione dell’occupazione con il sindacato, in continuità con l’accordo del 4 agosto 2010”. Accordo che ha portato, nel triennio 2010-2012 a 3608 mobilità volontarie e a un numero quasi eguale (3.500 persone) di riqualificazioni e reimpieghi professionali.
Secondo l’azienda, nel prossimo biennio le eccedenze sono pari a 2.750 unità l’anno (5.500 nel totale) e l’idea sarebbe quella di gestirle, “visto che la riforma Fornero, con l’innalzamento dell’età pensionabile, ha in sostanza annullato la base esodabile” attraverso più strumenti: la mobilità volontaria per i circa 250 lavoratori che potrebbero avere i requisiti per il raggiungimento della pensione, o volontari che aderiscono anche in assenza degli stessi; un accordo per l’uscita obbligatoria degli aventi diritto a pensione; contratti di solidarietà”.

Uno dei nodi della futura trattativa è quello dei Caring services cioè i call center che Telecom vorrebbe farne una società a parte, per riorganizzarla e recuperare efficienza. L’altro nodo è quello dell’Open Access, i tecnici che lavorano sul campo, oggi al 50 per cento dipendenti diretti e per l’altro 50 per cento dipendenti di aziende che lavorano per Telecom. In questo settore, l’azienda pensa invece a portare all’interno tutto il servizio, per saturare i circa 1.000 esuberi stimati in ambito Open Access

I sindacati affermano che è necessario, in un contesto di criticità occupazionale, un accordo quadro di tutela del lavoro e del perimetro di gruppo che contenga anche certezza su quali attività e con che tempi si procederà a reinternalizzare lavoro per garantire tutti i dipendenti del gruppo Telecom. E’ necessario aprire un confronto serio insieme al coordinamento delle Rsu, senza pregiudiziali della parte aziendale ad ascoltare le soluzioni proposte dal sindacato che possono raggiungere gli stessi obiettivi, con il consenso dei lavoratori” …… e questa parte mi sembra molto simile a quella che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, con tutte le difficoltà, in Wind.