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Sulla situazione politica ed economica italiana

Articolo scritto via email da Giovanni Ricciardiello

L’uscita della Fiat dalla Confindustria era indubbiamente prevedibile che venisse presa da esempio da tutte le grandi aziende come mezzo per divincolarsi dai vincoli derivati dal CNL di pertinenza.
Sono sicuro che l’episodio della Fiat, gravissimo per la perdita dei diritti sindacali, non sia stato preso con il giusto peso.

I responsabili? La mancata mobilitazione delle sigle CISL e UIL e soprattutto dei politici: BERSANI, VENDOLA e chiunque si spaccia di sinistra.
Quelli di destra? Certo che hanno colpa, ma non come quelli di sinistra: si sa, loro (dx) fanno interessi delle aziende e non dei lavoratori.

La nostra attuale crisi economica non è un momento transitorio come vogliono farci credere, ma il nostro nuovo status economico.

Per cambiare davvero è necessario apportare i seguenti cambiamenti:
1a) Controllo fiscale – con la piattaforma informatica unica, a cui tutti gli enti statali (Regioni, Ufficio delle imposte, uffici catastali, CNR..) si collegano, il controllo può risultare sicuramente rapido ed immediato;
1b) Controllo del lavoro – gli ispettori del lavoro nella funzione civile non ha portato a nessun risultato, spostiamo l’attività ai militari (finanza, carabinieri)
1c) Controllo del territorio – eliminazione del corpo dei vigili urbani

2) Lavoro – gestito dal collocamento costituito da tre settori: Formazione, Selezione e Analisi degli andamenti economici dei settori merceologici. Nei primi due settori dovranno esserci solo Psicologi e Sociologi che costituendo dei moduli formativi (personalizzabile per ogni settore merceologico)riescono a formare e selezionare il personale che sarebbe impiegabile solo attraverso la trattativa tra: collocamento, azienda e lavoratore. Il terzo settore, costituito da soli matematici, prevederebbero l’abbassamento o l’innalzamento di produzione di alcuni settori merceologici. In caso di crisi, i lavoratori a cui il contratto sarebbe a rischio sarebbero richiamati nuovamente nel flusso di formazione e selezione. Per il ciclo di formazione e selezione il lavoratore avrebbe il sostentamento del collocamento.

3) Elezioni politiche – la nomina diretta dei candidati al parlamento

Solo così si può cambiare l’Italia, altrimenti, “governarla sarebbe inutile”.

Per il cambiamento è necessario mandare a casa chi non ha cambiato fino adesso il sistema o chi non ha rinunciato al vitalizio politico o al finanziamento ai partiti: Berlusconi, Bersani, Casini, Prodi.

Firma e diffondi subito l'appello "Fermiamo la guerra a Gaza"

www.perlapace.it firma su qui

Firma e diffondi l’appello “Fermiamo la guerra a Gaza”

che abbiamo scritto in queste ore mentre si intensificano i bombardamenti e le stragi di vite umane.

Dobbiamo chiedere all’Italia e all’Europa di farla finita con i silenzi, l’inerzia e le complicità che ancora una volta accompagnano questa tragedia.
Contiamo sulla vostra collaborazione per far crescere la mobilitazione.

Costruiamo una grande rete di gruppi, associazioni e persone per far crescere la pressione sui responsabili della politica nazionale ed europea.

                                        Fermiamo la guerra a Gaza

L’Italia e l’Europa hanno il dovere di fermare la guerra a Gaza. Lo possono e lo debbono fare agendo con intelligenza e determinazione nell’interesse superiore dei diritti umani, della sicurezza internazionale, della giustizia e della pace. L’Italia, che vanta ottime relazioni sia con Israele che con i palestinesi, può fare molto. Ma deve cambiare: smettere di essere di parte, assumere un ruolo attivo, propositivo e progettuale. Nel Mediterraneo, in Europa e all’Onu. L’Italia deve essere consapevole dei suoi limiti ma anche delle sue risorse, della sua prossimità e delle sue responsabilità. Cominciamo subito: mobilitiamoci per fermare le armi, chiediamo al Consiglio, alla Commissione e al Parlamento Europeo di agire immediatamente, riconosciamo alla Palestina lo status di osservatore all’Onu, smettiamo di vendere armi a Israele e in Medio Oriente e chiediamo all’Europa di fare altrettanto. L’inazione degli altri non può più giustificare la nostra. Continua a leggere

Sulla riforma del lavoro

SLC – CGIL Sindacato Lavoratori Comunicazione
FISTel – CISL Federazione Informazione Spettacolo e Telecomunicazioni
UILCOM – UIL Unione Italiana Lavoratori della Comunicazione

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DOCUMENTO UNITARIO
su Riforma Mercato del Lavoro

La riforma messa a punto dal governo, di cui esiste traccia attraverso un documento, riduce i periodi previsti di mobilità, da tre anni ad uno in generale e da quattro ad uno per i lavoratori più anziani nel Mezzogiorno, promettendo, soprattutto in tempo di crisi, un aggravamento sensibile della condizione sociale per centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori; modifica strutturalmente quel modello misto di protezione sociale che permetteva l’accesso alla pensione attraverso lo strumento della mobilità; cancella, di fronte al giudice, la possibilità di reintegro dei lavoratori soggetti a licenziamenti economici.
Sono misure pesanti che colpiscono a vario titolo lavoratori ed imprese che determineranno un oggettivo innalzamento del conflitto in azienda in un momento in cui sarebbe necessaria invece una strategia comune in grado di contenere gli effetti della crisi.
Il governo ha deciso di andare avanti senza ricercare la mediazione e l’accordo con il sindacato svelando una posizione sostanzialmente di pregiudiziale contrasto con le OO.SS.
In questi giorni si è registrata una legittima preoccupazione tra i lavoratori di cui le RSU e le strutture unitarie territoriali si sono fatte carico, anche con iniziative per modificare le norme.

SLC/CGIL, FISTEL/CISL e UILCOM/UIL si impegnano, in rapporto con le Segreterie confederali, a sviluppare l’iniziativa unitaria nazionale per aumentare la pressione sul Parlamento e sullo stesso Governo al fine di cambiare gli aspetti più odiosi della manovra.

Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL
Roma, 29 Marzo 2012

 

Pensioni, la legge pasticcio dei doppi contributi

(Milena Gabanelli)  tratto dal Corriere della Sera del 13-2-2012 nonchè un video esplicativo

Forse al Ministro Fornero scapperà un’altra lacrima quando dovrà mettere mano alla patata bollente ereditata dal Governo Berlusconi. Si, perché al disorientamento provocato dalla sua riforma, si aggiunge l’incubo di migliaia di lavoratori prossimi alla pensione che devono ripagare i contributi già versati. L’origine del frutto bacato risale ad una legge del 2010. Il risultato è una lunga lista di situazioni simili a quelle descritte in queste lettere: “Sono un ex dipendente della Pubblica Amministrazione: ho lavorato 22 anni in una Ausl, che versava i miei contributi all’Inpdap, poi, 15 anni fa, sono passato alle dipendenze di una azienda privata, che li ha versati all’Inps; quando chiesi la ricongiunzione, mi fu consigliato dai funzionari dell’Inps di farlo l’ultimo giorno di lavoro, perché tanto era gratuita (in effetti sul sito ufficiale dell’inps c’era scritto così fino a metà gennaio 2012 ndr).

Ora ho scoperto, per caso, che per fare la ricongiunzione dovrò sborsare 93 mila euro, che ovviamente non ho. Quindi, se questa legge non viene modificata, mi trovo a dover rinunciare a 22 anni di contributi, o rinunciare alla liquidazione, e andare in pensione a 66 anni piuttosto che a 62 e con una pensione di 1400 euro lordi, invece di 2500. Questo dopo aver versato 43 anni di contributi!” Ancora: “Ho lavorato 31 anni presso la ragioneria del Comune e versato i contributi all’Inpdap; poi, 9 anni fa, hanno ridotto il personale e sono passata a una ditta privata, che li ha versati all’Inps. Adesso sto ultimando il 41 esimo anno di lavoro e, per fare la ricongiunzione, vogliono più di 200.000 euro; mi dicono: ’Però può pagare a rate…’, ma quali rate, visto che io dovrei andare in pensione con 1600 euro al mese!”

 Questo è il prodotto della Legge 122, “infilata” dentro ad altri provvedimenti nella Finanziaria del luglio 2010. La legge dice, in sintesi, che la ricongiunzione dall’Inpdap all’Inps, finora gratuita, perché peggiorativa, diventa onerosa. Il motivo di questa decisione nasce con l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del pubblico impiego, da 60 a 65 anni. Ora, per i dipendenti pubblici ad erogare la pensione è l’Inpdap. Nel settore privato invece la pensione la paga l’Inps, e per l’Inps le donne hanno diritto alla pensione di vecchiaia a 60 anni. Ricordiamo che siamo nel 2010 e l’allora Ministro del welfare Sacconi deve aver pensato che le signore con qualche anno di contributo Inps volessero fare una ricongiunzione di massa e prendersi la pensione di vecchiaia in anticipo, anche se leggermente più bassa.

Per impedire questa eventualità, non è stato fatto un provvedimento ad hoc, ma la famigerata legge 122, che riguarda indiscriminatamente tutti, senza calcolare che in questi anni di privatizzazioni, migliaia di cittadini, senza cambiare scrivania, hanno cambiato datore di lavoro, passando dal “pubblico” al “privato” (dai comuni, agli elettrici, ai telefonici), e non sono loro a scegliere dove versare i contributi, perché le regole sono decise da altri. Ora a questi lavoratori, se non vogliono perdere anni di contributi già versati, l’Inps chiede di versarli una seconda volta. Per chi fa domanda di ricongiunzione, la cifra può raggiungere i 300 mila euro.

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Comunicato del 14-2-11 su ricongiungimenti pensionistici

Relativamente alla questione dei contributi da riscattare per  chi ha versato i propri soldi per la pensione in altri fondi pensione (tipo elettrico, ma non solo) e che ora DEVE PAGARE per farli confluire con l’INPS ecco la risposta del Governo ed il relativo comunicato sindacale.

Un’autentica vergogna, un danno economico importantissimo per tanti lavoratori col Governo Berlusconi ed il suo codazzo parlamentare, quello “del fare” che ha fatto una legge (la 122/2010) e che davanti ai danni economici che essa comporta non ha fatto altro che scappare ……. forse impegnato in cose più frivole e simpatiche.

COMUNICATO SINDACALE

Durante la discussione al Senato del decreto “Milleproroghe” sono stati bocciati gli emendamenti, presentati da alcuni parlamentari, che avrebbero potuto porre rimedio

ai gravi danni provocati dalla Legge 122 alle pensioni dei lavoratori elettrici e telefonici.

A nulla è valso il lavoro profuso in questi mesi dal sindacato;a nulla sono valse le migliaia di testimonianze inviate al Parlamento dai lavoratori che, grazie a questo

provvedimento iniquo, vedono gravemente pregiudicato il loro diritto ad una pensione giusta; a nulla è servito il coinvolgimento delle organizzazioni datoriali di Confindustria

che, congiuntamente al sindacato, hanno richiesto un incontro per verificare i correttivi da apportare; a nulla è valso l’aver evidenziato come, senza le opportune

modifiche, gli effetti della Legge 122 rischiano di mettere a repentaglio importanti accordi sottoscritti a salvaguardia dei posti di lavoro (accordo Telecom italia).

Sconcertante è stato il silenzio del Governo che, in 5 mesi, non ha trovato il tempo di incontrare ufficialmente le parti sociali per affrontare il problema.

A questo punto per il Sindacato si apre la seconda fase: contrasteremo in tutti i modi, a cominciare anche dalla verifica dell’apertura di un ampio contenzioso legale, gli

effetti di questa legge, a tutela degli interessi di migliaia di lavoratrici e lavoratori che rivendicano nient’altro che il diritto ad una pensione giusta.

Le Segreterie Nazionali

Filctem-Cgil Flaei-Cisl Uilcem-Uil

Slc-Cgil Fistel-Cisl Uilcom-UIl

Roma, 14 febbraio 2011

Aspettativa lavorativa

Argomento disciplinato sia dalla Costituzione che dalle leggi vigenti (151/2001) nonché  dai contratti nazionali nonché eventuale integrativi di II° livello. Attendo vostre integrazioni o casistiche che mi sono sfuggite.

L’aspettativa è un’ipotesi di sospensione del rapporto di lavoro può essere concessa al lavoratore per un periodo di tempo più o meno lungo, con diritto alla conservazione del posto di lavoro e, nella maggior parte dei casi, con sospensione della retribuzione.

Provo a redigere un prospetto riepilogativo “minimo” delle varie  aspettative

Aspettativa per cariche pubbliche elettive o sindacali

i lavoratori che siano eletti membri del Parlamento nazionale o di assemblee regionali ovvero siano chiamati ad altre funzioni pubbliche elettive possono, a richiesta, essere collocati in aspettativa non retribuita, per tutta la durata del loro mandato. La medesima disposizione si applica ai lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali”

Aspettativa per cure termali e tossicodipendenza

L’articolo 16, commi 4 e 5, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, recante “disposizioni in materia di finanza pubblica”, ha introdotto una nuova disciplina in materia di cure termali.
Un decreto del Ministro della Sanità datato 12 agosto 1992 ha precisato i criteri e le modalità di ammissione dei lavoratori dipendenti a fruire delle cure di cui trattasi e sono state identificate le patologie che possono trovare reale beneficio dalle stesse cure termali.

I lavoratori tossicodipendenti, secondo quanto previsto dalla Legge 162/1990, hanno diritto alla conservazione del posto, senza retribuzione, per il periodo del trattamento disintossicante, e comunque non superiore a tre anni.
Anche i familiari possono usufruire di aspettativa non retribuita, qualora il servizio di cura attesti la necessità del loro intervento.

Aspettativa successiva a periodi di malattia e/o infortunio: periodo di comporto, licenziamento e concessione dell’aspettativa

Il periodo durante il quale vige il divieto di licenziamento del lavoratore, assente per malattia o infortunio, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2110 c.c., viene definito comunemente “periodo di comporto” (e può essere “secco” o “per sommatoria”) e trova la sua fonte principale nei contratti collettivi, che ne disciplinano la natura e la durata.
La contrattazione collettiva, al fine di consentire al lavoratore di conservare il posto di lavoro anche in caso di lunghi periodi di malattia o infortunio, che determinerebbero il superamento del periodo di comporto, prevede la facoltà per lo stesso di usufruire di un periodo di aspettativa non retribuita che gli consenta la guarigione e la contestuale conservazione del posto di lavoro.

Congedi per eventi o cause particolari

Il riferimento è la legge 53/2000 nello specifico l’articolo 4 nonché gli articolo 2 e 3 del regolamento d’attuazione  del decreto ministeriale 278 del 21-07-2000.

Si possono richiedere, per gravi e documentati motivi familiari, fra i quali le patologie individuate ai sensi del comma 4, un periodo di congedo, continuativo o frazionato, non superiore a due anni. Durante tale periodo il dipendente conserva il posto di lavoro, non ha diritto alla retribuzione e non può svolgere alcun tipo di attività lavorativa. Il congedo non è computato nell’anzianità di servizio né ai fini previdenziali.

Cosa Prevede il contratto TLC

In difformità a quanto scritto finora o per meglio specificare, evidenzio:

Congedi per eventi o cause particolari – art. 32 del CCNL TLC

Minimo un mese, documentare la parentela nonché quanto previsto dall’art.3 del regolamento attuativo; risposta del datore entro 10 giorni; l’eventuale diniego va motivato con riesame della richiesta entro 20 giorni.

Lavoratori-studenti e Formazione continuativa (permesso non retribuito) – art.34 del CCNL TLC

Chi ha almeno 5 anni di anzianità può chiedere permessi non retribuiti per 160 ore  per anno solare (compatibilmente con esigenze aziendali) oppure, per la formazione continua, 11 mesi da utilizzare lungo tutta la vita lavorativa (nei limiti dell’ art.5 della legge 53/2000) con il minimo di un mese.

Per malattia ed infortunio sul lavoro – art. 36 del CCNL TLC

Superati i limiti di 180+120 giorni di malattia, (comma 10), al lavoratore ammalto che ne faccia richiesta potrà essere concessa la sospensione del rapporto di lavoro per un periodo fino a 18 mesi, non retribuiti (comma 15)

Astensione per sostegno maternità e paternità – art. 38 del CCNL TLC

Il comma 4, riferendosi alla legge 151/2001, per ogni bambino , nei suoi primi 8 anni di età, il padre lavoratore e la madre lavoratrice  hanno il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo complessivamente non superiore a dieci mesi elevato a 11 mesi qualora il padre lavoratore eserciti il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a tre mesi.

In questo limite, il diritto compete :

  • Alla madre lavoratrice, trascorso il congedo obbligatorio di maternità, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi;
  • Al padre lavoratore, dalla nascita del figlio compreso il giorno del parto, continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi, elevabile a 7 nel caso poc’anzi descritto
  • Qualora vi sia un solo genitore per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 10 mesi.

Aspettativa per patologie derivanti da uso di stupefacenti – art. 39 del CCNL TLC

In aggiunta  a quanto previsto dalla legge, il periodo che un familiare di un tossicodipendente può utilizzare quale aspettativa è al max di 4 mesi, anche frazionabili per periodi non inferiori ad un mese (non retribuito)

Fonti: wikilabour, CCNL TLC

RAI: MICELI (SLC/CGIL), COMMISSIONE INDAGINE SUI COSTI ESTERNI RAI

Il direttore generale della Rai, dott. Mauro Masi, è riuscito in una sola giornata ad assestare due colpi micidiali al sistema delle relazioni industriali dell’azienda: ha fatto saltare l’incontro sul piano industriale e lo ha anticipato a mezzo stampa. Si tratta, come si vocifera e si legge sulla stampa, di linee guida e non del piano, e non si capisce perché, e sembra ci sia la volontà di produrre mille esuberi e contemporaneamente di aumentare i costi esterni.

E’ bene ricordare che i costi esterni della Rai già oggi riguardano i due terzi dei ricavi e già oggi duplicano, con sprechi impressionanti, attività che l’azienda può svolgere a costi infinitamente più contenuti e di uguale qualità.
I costi esterni sono, alla Rai, il costo che l’azienda paga al sistema politico e che si incanala nei mille rivoli delle raccomandazioni, delle spese clientelari, degli affari.

Rappresenta, con le dovute eccezioni, la faccia impresentabile della Rai su cui un management davvero all’altezza dei suoi doveri dovrebbe concentrarsi per disboscare, ottimizzare, risanare moralmente.

Al presidente Garimberti, persona stimata ed autorevole, chiediamo di fare il contrario di quella che sembra essere la scelta del CdA: mettere sotto la lente d’ingrandimento il “sistema” dei costi esterni Rai, attraverso la costituzione di una commissione d’indagine interna che riferisca al Parlamento, alle forze sociali, al Paese. Ciò farebbe bene all’azienda ed alla sua credibilità.

Bisogna avere la forza di mettere sotto controllo quella “Rai sommersa”, vera nemica del servizio pubblico, che gestisce i soldi dei cittadini per un servizio universale ormai anch’esso privatizzato. Si tratta di una marea di arbìtri, favori e discrezionalità che sta avvolgendo l’intero sistema radiotelevisivo pubblico. Non occuparsi di questo grande tema significa alla fine essere corresponsabili.

Permessi lavorativi: modificato l'articolo 33 della Legge 104/1992

Da http://www.handylex.org/gun/permessi_lavorativi_modifica_legge_104.shtml

Nella seduta del 3 marzo scorso è stato approvato in via definitiva dal Senato il cosiddetto “Collegato Lavoro” che “rimbalzava” fra i due rami del Parlamento dal 2008.
Il testo (Atti del Senato 1167-B), in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, reca «Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro».
Fra le moltissime disposizioni in materia di lavoro, per alcune delle quali il Governo è delegato ad emettere propri provvedimenti, il testo contiene anche modifiche all’articolo 33 della Legge 104/1992 relativo ai permessi ai lavoratori che assistono familiari con handicap grave. Modifiche che riguardano sia i dipendenti pubblici che i dipendenti privati.
Vediamo, quindi, cosa comportano le modificazioni alla Legge 104/1992 approvate. L’effetto, a tutta prima, appare piuttosto annacquato rispetto alle intenzioni iniziali del Governo. Tuttavia, non dimentichiamo che queste nuove disposizioni saranno poi oggetto di circolari applicative ministeriali e degli istituti previdenziali.

Beneficiari dei permessi

La prima sostanziale modificazione (introdotta dall’articolo 24 della nuova legge) investe il terzo comma dell’articolo 33 – che viene sostituito – e riguarda proprio la definizione degli aventi diritto ai permessi.
In assenza di ricovero della persona con handicap grave da assistere, potranno godere dei tre giorni di permesso mensile retribuiti e coperti da contributi:
1. il genitore;
2. il coniuge;
3. il parente o l’affine entro il secondo grado (esempio, nonni, nipoti in quanto figli del figlio, fratello).
I parenti ed affini di terzo grado (esempio, zii e bisnonni) possono fruire dei permessi lavorativi solo ad una delle seguenti condizioni:
a) quando i genitori o il coniuge della persona con handicap siano deceduti mancanti; il termine “mancanti” presente nel testo di legge è ambiguo e si presta alle più diverse interpretazioni (non è residente con la persona da assistere? non è noto? c’è stata una disposizione giudiziaria? una separazione?) su cui gli istituti previdenziali avranno margine di proporre le loro interpretazioni e su cui vi saranno evidenti contenziosi.
b) quando i genitori o il coniuge della persona con handicap abbiano più di 65 anni oppure siano affetti da patologie invalidanti.

Va anche sottolineato che scompaiono dalla normativa i requisiti di assistenza esclusiva e continuativa richiesti, in precedenza, nel caso il lavoratore non fosse convivente con la persona con disabilità. L’obbligo di convivenza era stato superato dall’articolo 20, comma 1, della legge 8 marzo 2000, n. 53 a condizione, appunto, che sussistesse la continuità e l’esclusività dell’assistenza. Ma ora quel comma viene parzialmente abrogato. Pertanto, oltre a non esserci obbligo di convivenza, nessuna fonte prevede più quelle condizioni.
Chi non rientra in questa casistica e che finora ha fruito dei permessi grazie la precedente normativa, si vedrà prossimamente revocare le agevolazioni concesse. Tuttavia, chi scrive ha l’impressione che con questa modificazione (nessun requisito di continuità ed esclusività) gli aventi diritto aumenteranno anzichè – come auspicato da parte del Governo – dimunire.

Per i genitori di bambini di età inferiore ai tre anni rimangono invariate le disposizioni precedenti – due ore di permesso giornaliero o prolungamento dell’astensione facoltativa di maternità fino al terzo anno di vita del bambino – e sembra introdotta, con la formulazione diversa del comma 3, anche la possibilità di fruire dei permessi articolati in tre giorni.
Sempre a proposito di genitori, il nuovo testo precisa che entrambi possono avvalersi, alternativamente, dei permessi anche all’interno dello stesso mese. Non si tratta di una novità sostanziale, visto che questa possibilità era già ampiamente applicata operativamente.

Sede di lavoro

Il comma 5 dell’articolo 33 prevedeva che il lavoratore che assiste un familiare con handicap grave abbia diritto a scegliere, ove possibile, la sede più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso. Il primo è un interesse legittimo (peraltro molto aleatorio), ma il secondo è un vero e proprio diritto soggettivo.
Il testo approvato, opportunamente, indica come riferimento il domicilio della persona disabile da assistere, e non più quella dello stesso lavoratore.

Controlli

All’articolo 33 della Legge 104 viene aggiunto un comma che rafforza la possibilità di effettuare controlli sulle condizioni richieste per la legittima fruizione dei permessi lavorativi e ne disciplina gli effetti.
Non si tratta, ovviamente, di controlli preventivi alla concessione dei permessi, poiché questi vengono già effettuati.
Dal comma si comprende già chiaramente quello che verrà poi normato dal punto di vista amministrativo: il datore di lavoro e l’INPS possono richiedere l’effettuazione dei controlli, avvalendosi dei competenti organi della Pubblica Amministrazione (cioè non può effettuarli in proprio). I controlli saranno probabilmente volti ad appurare se l’assistenza al familiare con handicap sia effettiva nei giorni in cui si sono richiesti i permessi lavorativi, anche se questo controllo di merito diventerebbe piuttosto insostenibile avendo abrogato i requisiti di “continuità ed esclusività” dell’assistenza.
Nel caso in cui venga accertata l’insussistenza delle condizioni, il diritto ai benefici decade e si verificano i presupposti per un’azione disciplinare.

Monitoraggio, privacy e semplificazione

La nuova norma fissa l’obbligo per le Pubbliche Amministrazioni di trasmettere alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica, una cospicua serie di dati relativi ai lavoratori che fruiscono dei permessi, al monte ore usate, al rapporto di parentela fra lavoratore e assistito.
Per questa finalità di monitoraggio, la nuova norma autorizza il Dipartimento della Funzione Pubblica al trattamento dei dati personali e sensibili, la cui conservazione non può comunque avere durata superiore a ventiquattro mesi.
Ai fini della comunicazione dei dati, le Amministrazioni Pubbliche sono autorizzate al trattamento dei relativi dati personali e sensibili e provvedono alla conservazione dei dati per un periodo non superiore a trenta giorni dalla loro comunicazione, decorsi i quali, salve specifiche esigenze amministrativo-contabili, ne curano la cancellazione.
Le operazioni rilevanti consistono nella raccolta, conservazione, elaborazione dei dati in forma elettronica e non, nonché nella comunicazione alle amministrazioni interessate.
Sono inoltre consentite la pubblicazione e la divulgazione dei dati e delle elaborazioni esclusivamente in forma anonima.
L’articolo 23 della nuova norma, infine, attribuisce al Governo la delega ad emanare specifici atti volti alla razionalizzazione semplificazionedei documenti da presentare, con particolare riferimento alle persone con handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della Legge 5 febbraio 1992, n. 104, o affette da patologie di tipo neuro-degenerativo o oncologico.

Associazioni storiche

Piuttosto singolare è l’ultimo periodo dell’ultimo comma dell’articolo 24 che appare giustapposto e non pertinente con il resto di disposizione.
Il Legislatore ricorda che rimane obbligatorio, per le ASL, l’invio degli elenchi delle persone sottoposte ad accertamenti sanitari, ad ENS, ANMIC e UIC. Questi elenchi devono contenere soltanto il nome, il cognome e l’indirizzo.
Come forse non tutti sanno, infatti, grazie a norme che risalgono al 1970/71, tutti i nominativi di chi viene sottoposto a visita di accertamento per minorazioni civili, vengono trasmessi alle Associazioni cosiddette “storiche”, anche in assenza di autorizzazione o informativa agli interessati.
Il periodo inserito in questa nuova disposizione, sembra mirato a ribadire una normativa datata e messa in discussione da alcune parti, se non addirittura disattesa da alcune ASL.

Il male maggiore

SECONDO il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, l’ operazione scudo fiscale merita il 10 e lode. Si vede che siamo a Natale. La legge era talmente semplice che ci sono volute ben 50 circolari e note esplicative dell’ Agenzia delle Entrate per chiarirne il contenuto. Le circolari fiscali normalmente servono a illustrare i contenuti della legge e ad assicurarne un’ applicazione uniforme.

Ma in questo caso sono andate ben al di là del testo di legge, di fatto espropriando il Parlamento delle sue funzioni e mettendo in grave imbarazzo gli uffici locali chiamati a scegliere fra rispetto di una legge vagae applicazione di circolari che ne travalicano abbondantemente il contenuto. Hanno, inoltre, cambiato le regole in corso d’ opera, quando già in molti erano ricorsi allo scudo, in barba al principio dell’ uniformità di trattamento. Che questo principio fosse tenuto assai poco in conto, lo ha dimostrato il dulcis in fundo dell’ operazione, la proroga del “termine improrogabile” per fruire dello scudo. Ci sarà ora tempo fino a primavera per beneficiarne con un modico aggravio. E tutto lascia intendere che, se ai primi caldi ci fosse nuovamente bisogno di cassa, si prorogherà ulteriormente l’ improrogabile. Ma forse il voto generoso del titolare della semplificazione non si deve tanto alla semplicità e certezza della normativa, quanto al respiro di sollievo tratto dal ministro nell’ apprendere di poter rimandare di qualche mese scelte difficili in campagna elettorale.

Sarà un caso, ma l’ annuncio dei risultati del condono (95 miliardi con un gettito per lo Stato di 4 miliardie 750 milioni) è andato di pari passoa quello del rinvio dei tagli delle poltrone degli enti locali che, imposto dall’ alto, suonava assai male nella legislatura del federalismo e nei territori presidiati dalla Lega.

Un governo convertito in fine d’ anno ai buoni sentimenti, all’ amore e all’ onestà, dovrebbe, a questo punto, limitarsi a incassare i soldi dello scudo, senza arrossire troppo, cercando magari di invocare qualche attenuante, come il ministro Brunetta, che ha parlato dello scudo come, tutto sommato, di un «male minore». Ben diverso, invece, il tono del comunicato del ministro del Tesoro sui risultati dello scudo fiscale. Narra di uno «straordinario successo», di un grande «segno di forza del Paese» e di una prova di «intelligenza», forse riferendosi alla prontezza con cui gli evasori hanno ritirato il dono loro gentilmente concesso.

È, invece, l’ intelligenza di milioni di italiani ad essere stata pesantemente insultata da questo comunicato. Per ottenere subito, una tantum, meno di 5 miliardi (lo 0,5 per cento della spesa pubblica corrente ogni anno) si è consentito agli evasori di mettersi definitivamente in regola, preservando l’ anonimato e versando meno del 10 per cento di quanto avrebbero dovuto pagare altrimenti. Si sono così causati danni ingenti all’ erario. Se è vero, come recitato nel comunicato del Tesoro, che grazie all’ azione intrapresa dai governi in questi mesi il «tempo dei Paradisi fiscali è finito», vuol dire che lo Stato ha con lo scudo rinunciato a recuperare ben 45 miliardi dalla lotta all’ evasione.

E anche se non fosse vero che i paradisi fiscali sono stati debellati,e che in assenza dello scudo, sarebbero rientrati solo 10 di questi 95 miliardi, lo Stato avrebbe comunque subito con questa operazione una perdita di gettito. Senza poi contare le entrate future compromesse dalla rinnovata consapevolezza che in Italia gli evasori non solo la fanno franca, ma addirittura vengono sistematicamente premiati. Ogni condono è un’ istigazione a evadere in attesa del prossimo condono. Chi potrà brindare sono, oltre agli evasori, le poche banche che amministreranno i capitali scudati. Secondo le stime di Alessandro Penati su queste colonne, hanno ottenuto da questa operazione circa 10 miliardi di ricavi puri. Cosa ne faranno di queste entrate straordinarie, per loro piovute dal cielo? Le utilizzeranno per finanziare qualche bene pubblico (istruzione, ricerca, ricostruzione dell’ Aquila) o per sostenere le imprese italiane, alleggerendo la stretta creditizia in atto? Ne dubitiamo, a meno che qualcuno glielo imponga. Ben altre sono infatti le strategie di chi otterrà ricche commissioni su questi capitali. Oggi si tagliano gli impieghi con una mano mentre, con l’ altra, si continuano a distribuire gli utili e si ripristinano i bonus ai manager come se niente fosse, invece di pensarea ricapitalizzare le banche per rafforzare la loro posizione patrimoniale.

Quanto ai detentori delle somme scudate, difficilmente questi investitori cambieranno le loro scelte di portafoglio ora che i capitali sono “rientrati” in Italia. Le virgolette sono d’ obbligo perché nulla ci garantisce che i capitali siano davvero rientrati dopo un lungo soggiorno all’ estero. Al contrario, si narra di decine di evasori che, alla notizia del nuovo condono, hanno trasferito il «nero» di tante piccole imprese lombarde armi e bagagli (nel senso di bagagliaio delle loro automobili) in Svizzera per poi rimpatriarlo, imbiancato per sempre grazie allo scudo. Bene ricordarsi che lo scudo fiscale del 2002 non ha avuto alcun impatto sulla bilancia dei pagamenti, a riprova del fatto che non c’ è stato vero rientro dei capitali in Italia. Per tutti questi motivi lo scudo non è neanche un male minore. È purtroppo e tristemente un male maggiore. Si tratta di un atto di inciviltà, che premia gli evasori e offre un’ amnistia a chi ha commesso reati quali l’ occultamento di documenti contabili e le false comunicazioni sociali.

Come notava M a s s i m o B o r d i g n o n s u lavoce.infoè stato varato mostrando al contempo la faccia feroce ai contribuenti onesti che, avendo dichiarato l’ imponibile, usano il ravvedimento operoso per spostare in avanti il pagamento delle imposte, in una situazione di crisi economica e carenza di liquidità. Lo scudo è una misura che ha già causato forti perdite di gettito allo Stato italiano e che altre, ancora più ingenti ne provocherà in futuro. Per minimizzare i danni ulteriori di questo ennesimo condono ci vuole ora, subito, un segnale forte di discontinuità. Non bastano certo le promesse, sempre disattese, di non fare nuovi condoni. Ci vuole un impegno cogente, difficilmente reversibile. Che bello se il primo atto di questo clima, speriamo non solo natalizio, di conciliazione nazionale fosse un piccolo emendamento alla nostra Costituzione che vieti ulteriori condoni fiscali o edilizi, nonché «scudi fiscali» di ogni tipo, genere e denominazione! – TITO BOERI da Repubblica.it

Terra

Un brutto colpo a freddo il decreto legge approvato ieri da Consiglio dei Ministri sulle privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Un passaggio che chiude una epoca, preso ancora una volta senza informare i cittadini e coinvolgere i Comuni.

Sono liquidati quei pochissimi margini concessi alle amministrazioni locali dalla legge del parlamento varata non più tardi dell’Agosto 2008, di mantenere la gestione in house nei servizi fondamentali come l’acqua.

La 133 art. 23 bis appunto, è stata superata e pure già rappresentava un duro colpo per la gestione pubblica, introduceva l’obbligo alla gara e l’ingresso dei privati, ma con ancora alcune possibilità di scelta da parte dei comuni, i quali, dopo essere passati sotto i controlli delle diverse autority, potevano optare per una gestione del servizio “in house”, fuori cioè dal mercato finanziario.

Si chiude così il lungo e duro scontro politico ed istituzionale sulle privatizzazioni dei servizi pubblici locali; uno scontro che va avanti dal 2002 e ha contrapposto da una parte molti enti locali e alcuni partiti e d’altra i due poli politici di centro destra e di centro sinistra uniti.

E’ l’addio alle gestioni “in house”, e cade così l’ultimo bastione di “resistenza”eretto dai comuni e dalle province. Di questo si è trattato, ora è il via alla mercificazione totale dell’acqua potabile nel nostro paese. Continua a leggere