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Sulla situazione politica ed economica italiana

Articolo scritto via email da Giovanni Ricciardiello

L’uscita della Fiat dalla Confindustria era indubbiamente prevedibile che venisse presa da esempio da tutte le grandi aziende come mezzo per divincolarsi dai vincoli derivati dal CNL di pertinenza.
Sono sicuro che l’episodio della Fiat, gravissimo per la perdita dei diritti sindacali, non sia stato preso con il giusto peso.

I responsabili? La mancata mobilitazione delle sigle CISL e UIL e soprattutto dei politici: BERSANI, VENDOLA e chiunque si spaccia di sinistra.
Quelli di destra? Certo che hanno colpa, ma non come quelli di sinistra: si sa, loro (dx) fanno interessi delle aziende e non dei lavoratori.

La nostra attuale crisi economica non è un momento transitorio come vogliono farci credere, ma il nostro nuovo status economico.

Per cambiare davvero è necessario apportare i seguenti cambiamenti:
1a) Controllo fiscale – con la piattaforma informatica unica, a cui tutti gli enti statali (Regioni, Ufficio delle imposte, uffici catastali, CNR..) si collegano, il controllo può risultare sicuramente rapido ed immediato;
1b) Controllo del lavoro – gli ispettori del lavoro nella funzione civile non ha portato a nessun risultato, spostiamo l’attività ai militari (finanza, carabinieri)
1c) Controllo del territorio – eliminazione del corpo dei vigili urbani

2) Lavoro – gestito dal collocamento costituito da tre settori: Formazione, Selezione e Analisi degli andamenti economici dei settori merceologici. Nei primi due settori dovranno esserci solo Psicologi e Sociologi che costituendo dei moduli formativi (personalizzabile per ogni settore merceologico)riescono a formare e selezionare il personale che sarebbe impiegabile solo attraverso la trattativa tra: collocamento, azienda e lavoratore. Il terzo settore, costituito da soli matematici, prevederebbero l’abbassamento o l’innalzamento di produzione di alcuni settori merceologici. In caso di crisi, i lavoratori a cui il contratto sarebbe a rischio sarebbero richiamati nuovamente nel flusso di formazione e selezione. Per il ciclo di formazione e selezione il lavoratore avrebbe il sostentamento del collocamento.

3) Elezioni politiche – la nomina diretta dei candidati al parlamento

Solo così si può cambiare l’Italia, altrimenti, “governarla sarebbe inutile”.

Per il cambiamento è necessario mandare a casa chi non ha cambiato fino adesso il sistema o chi non ha rinunciato al vitalizio politico o al finanziamento ai partiti: Berlusconi, Bersani, Casini, Prodi.

I nemici di noi stessi

Non critico nessuno a prescindere o almeno ci provo.
Ho imparato che tutti hanno motivazioni magari incondivisibili come quelle di quegli operai sata/fiat che applaudivano il padrone (Marchionne), lo sfruttatore (Monti), i falsi difensori (cisl e uil *), dimenticando la propria dignità a casa.
Bisogna mettersi in discussione, cambiare prima noi e poi gli altri, essere protagonisti del cambiamento che tutti auspichiamo e che però nessuno vuole mettere in atto.
Non dico fischi (troppo coraggio) ma niente applausi (troppo servilismo).

* mentre sul rinnovo CCNL TeLeComunicazioni i tre sindacati proseguono compatti, purtroppo a livello “alto”, con il fantomatico accordo di produttività, si è consumato per l’ennesima volta uno strappo tra CGIL da parte e  CISL e UIL dall’altra.

Non basta la legge Fornero che ha generato meno tutele per i lavoratori con licenziamenti facili.

Non basta la riforma delle pensioni che ha innalzato fino a 70 l’età per andare in pensione, abbassando anche gli importi delle pensioni (ovvero il cosiddetto coefficiente di trasformazione, un numero che moltiplicato per i soldi versati servirà per calcolare la pensione).

L’accordo sulla produttività parla di sgravi sulla produttività (come il Premio di Risultato) ma non ha alcun impegno vincolante per il Governo. E’ non esigibile, è pieno di intenzioni, ma nulla più.

Detassare la produttività quando la produzione è ferma è stupido.
Detassare la tredicesima per far ripartire i consumi è intelligente, ma non è stato accolto.

L’accordo di produttività consente più facilmente il demansionamento ovvero scendere di livello e dunque dello stipendio.
L’accordo di produttività produrrà un abbassamento dei salari, con i minimi salariali che saranno diversi da Nord a Sud, o tra aziende dello stesso settore …. è il metodo Marchionne che diviene regola.
L’accordo sulla produttività scarica sui lavoratori i costi e le scelte per uscire dalla crisi.
L’accordo di produttività ha sancito l’ennesima frattura sindacale, come era già avvenuto con i vari governi Berlusconi in cambio di promesse mai avveratesi (il milione di posti di lavoro), di incontri segreti, di sgravi ed investimenti inesistenti ma anche con la vicenda FIAT (che si è rivelata un bluff, senza investimenti e con impoverimento del lavoro e dei lavoratori).
L’accordo di produttività consente maggiori poteri alle RSU, ai secondi livelli contrattuali ma svilendo il contratto nazionale.

La CGIL chiedeva anche un’operazione di trasparenza che non è stata accolta. Chi firma i contratti ? Bisogna pesare i vari sindacati affinchè la loro firma sugli accordi abbia un peso, una valenza. Non è possibile autocertificarsi con il numero di iscritti (cioè loro dichiarano quanti iscritti hanno) e soprattutto se 1,2,3 sindacati hanno pochi iscritti o poche RSU, potranno mai firmare accordi quando uno o più sindacati hanno più RSU e/o più iscritti ?

Certo, se aggiungo che il segretario CISL Bonanni ha dichiarato il suo appoggio alla lista di Montezemolo, il quadro è chiaro.

Sia ben chiaro che continuo a ribadire che, personalmente, il sindacato deve colloquiare con la politica ed i partiti/movimenti ma ne deve rimanere estraneo.

 

Wind – Premio Risultato 2011

La Commissione Premio Produzione ha diffuso stamane gli importi relativi al Premio di Risultato Wind, basato a grandi linee sulla qualità erogata nonchè sui risultati economici aziendali.

Il Premio è anche una modalità per redistribuire soldi ai lavoratori che hanno perseguito i risultati ed è basato sul livello inquadramentale; anche per il 2011 vige la tassazione al 10% per i redditi inferiori a € 40.000 lordi annui e per un importo max non superiore a 6000 euro.

La percentuale di premio ottenuta è 99,46%

Pertanto il premio lordo erogato è riportato nella tabella sottostante:

P.d.R. relativo al 2011

Livelli Premio Lordo
€ 2.273,00
4° (5 ore) € 1.421,00
4° (6 ore) € 1.705,00
€ 2.536,00
5° (5 ore) € 1.585,00
5° (6 ore) € 1.902,00
€ 3.030,00
6° (5 ore) € 1.894,00
6° (6 ore) € 2.273,00
€ 3.332,00
Q € 3.785,00

Mi sono poi divertito a fare qualche calcolo per avvicinarmi, per quanto possibile, al netto del premio

P.d.R. relativo al 2011

INPS

Livelli Premio Lordo 9.49%
€ 2.273,00  € 215,71
4° (5 ore) € 1.421,00  € 134,85
4° (6 ore) € 1.705,00  € 161,80
€ 2.536,00  € 240,67
5° (5 ore) € 1.585,00  € 150,42
5° (6 ore) € 1.902,00  € 180,50
€ 3.030,00  € 287,55
6° (5 ore) € 1.894,00  € 179,74
6° (6 ore) € 2.273,00  € 215,71
€ 3.332,00  € 316,21
Q € 3.785,00  € 359,20

Detratta la cifra per la pensione, si calcolano le tasse; c’è differenza tra chi paga al 10% (reddito lordo annuo 2011 inferiore a € 40.000) oppure la normale tassazione (che per comodità l’ho fissata al 24% ma è una stima arbitraria)

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Fiat, lettera di un operaio: «Caro Sergio, saremo noi a perdere tutto»

http://www.unita.it/news/economia/101621/fiat_lettera_di_un_operaio_caro_sergio_saremo_noi_a_perdere_tutto

Caro Sergio, Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.

Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.

Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai. Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l’alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».

Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia. Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano». Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti. Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.

Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.
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Delocalizzazione, come difendersi?

Fonte Rassegna.it
La monovolume L0 va in Serbia. Con una semplice dichiarazione, dalle colonne di un quotidiano, l’ad di Fiat Marchionne annuncia un’altra delocalizzazione. O meglio, comunica la decisione a sindacati e lavoratori, che non sono stati informati né consultati. E’ solo l’ultimo spostamento di produzione che – dalla fine del 2008 e l’inizio della crisi – interessa il nostro paese.
La minaccia di lasciare l’Italia arriva sui tavoli di trattativa, le organizzazioni sindacali sono chiamate a leggere questa situazione nuova e trovare le armi per affrontarla. Come difendersi dalla delocalizzazione? Cosa possono fare i sindacati internazionali? Come rispondere alle grandi aziende? Abbiamo cercato la possibile ricetta in alcune domande.

“Sarebbe bene che intervenisse il sindacato internazionale, ma finora non è riuscito a organizzare una lotta comune in modo sufficiente”. E’ l’opinione di Aris Accornero, professore emerito di Sociologia industriale all’Università di Roma. Le difficoltà delle sigle sovranazionali sono “un retaggio molto antico”, sostiene: “Erano nate per avvicinare tutti i lavoratori mondiali, ma ancora non definiscono un’azione congiunta. Il capitale si muove più in fretta del lavoro”.

Insomma, “di fronte all’assalto della delocalizzazione, la risposta è ancora debole. Poi è normale che nei vari paesi ci sia una coscienza più o meno sviluppata, nel caso specifico della Fiat è il sindacato italiano che deve incidere, certo non quello serbo”. L’annuncio del Lingotto è una vera e propria offensiva, secondo Accornero: “E’ un assalto che riguarda tutti, sia il sindacato collaborativo che quello conflittuale, una mossa che estende il ‘teatro di guerra’”. Non è casuale che arrivi dopo l’accordo separato di Pomigliano: “Le questioni sono strettamente collegate – anzi – e prefigurano un’evoluzione nelle relazioni sindacali all’interno della Fiat”.

I sindacati come possono difendersi? Per Renato Fontana, docente di Sociologia industriale alla Sapienza di Roma, è una questione molto complessa. Ovvero: “Attualmente sono utili entrambe le posizioni: una linea moderata e di compromesso e un’altra meno disponibile e più intransigente”. Meglio avere atteggiamenti diversi, a suo giudizio: “Così si avrà uno sventagliamento di idee differenti, che può limitare l’azione discrezionale di grandi aziende come la Fiat”.

“La Fiom – secondo il sociologo – ha ragione quando difende i diritti acquisiti. Ma forse oggi non possono essere difesi ad oltranza, il mercato globale impone un altro sistema di regole”. Il sindacato corre un forte rischio: “Quello di avere un potere solo figurativo, incidere poco, e lasciare che l’azienda faccia saltare il banco delocalizzando”. Senza contare che lo spettro di Serbia, Polonia, eccetera può condizionare i confronti. “Se i sindacati non accettano le condizioni, l’azienda lascia l’Italia e parte l’erosione dei diritti. In teoria – prosegue -, c’è anche un’altra possibilità: se la delocalizzazione diventa davvero materia di trattativa, allora i lavoratori potrebbero venire informati e avere un nuovo tema su cui esprimersi”. Sindacati internazionali in difficoltà? “Oggi il loro valore è prossimo allo zero – riflette Fontana -, ma proprio la delocalizzazione può essere un’occasione per uscire da questa impasse. Se le aziende si danno una dimensione internazionale, dovrebbero farlo anche i sindacati”.

Come rafforzare i sindacati internazionali lo spiega Enzo Masini, coordinatore nazionale del settore auto della Fiom: “Possono avere un ruolo di coordinamento e conoscenza, ma devono anche intervenire sulle politiche industriali”. La strada è aprire un confronto con le imprese europee, con l’obiettivo comune di creare prodotti innovativi, competitivi, ad alto valore aggiunto. “In questo modo – a suo avviso – non ci sarebbero problemi a tenere aperte le fabbriche in tutti i paesi, anche quelli con alto costo del lavoro come l’Italia”. Oggi questo sembra lontano, Masini fa autocritica: “Scontiamo un ritardo delle organizzazioni sindacali, che sono ancora organizzate su basi nazionali e non riescono a definire rivendicazioni comuni. Così si fa solo una battaglia difensiva”.

Una battaglia che nel nostro paese è particolarmente dura: “Non siamo neanche supportati dalle politiche del governo, come Francia e Germania”. Il comportamento delle grandi aziende non aiuta: “Non è esatto dire che la delocalizzazione entra nella trattativa. La Fiat l’ha usata solo come arma di ricatto. Su questo tema non riconosce il confronto con i lavoratori, si limita a porre delle condizioni: se non vengono accettate va a produrre altrove”.

Concorso pubblico riservato agli aventi diritto al collocamento obbligatorio al lavoro

Dal sito URP Campania
L’Azienda Sanitaria Locale Napoli 1 Centro ha indetto concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura a tempo indeterminato di 74 assistenti amministrativi.

Requisiti generali di ammissione

Cittadinanza Italiana, salvo le equiparazioni stabilite dalle leggi vigenti, o cittadinanza di uno dei Paesi dell’Unione Europea;
Idoneità fisica all’impiego. L’accertamento della idoneità fisica all’impiego, con l’osservanza delle norme in tema delle categorie protette, è effettuato, a cura dell’Azienda Sanitaria, prima dell’immissione in servizio.

Requisiti specifici di ammissione

Diploma di Istruzione secondaria di secondo grado;
Iscrizione negli elenchi di cui alla legge 12/03/1999 68 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”) della Provincia di Napoli.
Non possono accedere all’impiego coloro che siano stati esclusi dall’elettorato attivo, nonché coloro che siano stati dispensati dall’impiego presso una Pubblica Amministrazione per aver conseguito l’impiego stesso mediante la produzione di documenti falsi o viziati da invalidità non sanabile. I requisiti di ammissione devono essere posseduti alla data di scadenza stabilita dal presente bando per la presentazione delle domande di ammissione.

La domanda di partecipazione al concorso, alla quale va acclusa la documentazione deve essere intestata al Legale Rappresentante dell’Azienda e va inoltrata esclusivamente tramite il servizio Pubblico Postale, al seguente indirizzo:

Azienda Sanitaria Locale Napoli 1 Centro
Servizio Gestione Risorse Umane
S.C. Concorsi e Mobilità
Via F. Baracca 4
80134 Napoli

Sul plico deve essere indicato il cognome, il nome, il domicilio ed il concorso Pubblico al quale il candidato intende partecipare. La domanda e la documentazione ad essa acclusa deve essere spedita, a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento, pena esclusione dal concorso, entro e non oltre il 30° giorno successivo a quello di pubblicazione dell’estratto del presente bando sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Qualora detto giorno sia festivo il termine è prorogato al giorno successivo non festivo.

Visualizza il bando integrale

Cgil, il futuro delle pensioni

di Morena Piccinini (da rassegna.it)

Ripristinare l’età pensionabile, modificare i criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione e la loro applicazione “pro-quota” a partire dal prossimo anno e non – come previsto dalla legge – retroattivamente su tutti i contributi, garantire un tasso di sostituzione delle future pensioni non inferiore al 60% dell’ultima retribuzione, anche attraverso il ricorso alla fiscalità generale. Sono queste alcune delle proposte (scarica il pdf con le proposte) presentate oggi dalla Cgil nel corso del convegno ‘Il futuro delle pensioni: più equità, più solidarietà, più sostenibilità sociale’. Una giornata di confronto sul tema che ha visto la partecipazione, tra gli altri, dell’esponente del Pdl, Giuliano Cazzola, e del vice segretario del Pd, Enrico Letta, e dove la segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini, ha sottolineato la necessita di “dare piena attuazione al protocollo sul welfare del 23 luglio 2007, votato da più di 5 milioni di lavoratori”. Pubblichiamo la relazione di Morena Piccinini

Fin dalla primavera avevamo intenzione di organizzare questa iniziativa. Abbiamo atteso tanto a lungo perché fino ad ora avevamo sperato di poterla realizzare in modo unitario, visto che buona parte delle riflessioni che proporremo sono patrimonio comune e anche buona parte delle proposte che faremo riprendono percorsi comuni. I tempi difficili che stiamo vivendo ci hanno impedito di realizzare questo obiettivo, ma dichiaro da subito che le nostre considerazioni sono a disposizione della ripresa di un possibile percorso unitario. a nostra intenzione oggi non è quella di somministrare una proposta blindata e rivendicazionista ma di proporre temi di riflessione e di discussione, ai quali cerchiamo per parte nostra di fornire anche le possibili e necessarie risposte, ma chiedendo anche il contributo di esperti e dei parlamentari oggi invitati.
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Impresa responsabile

Dal sito INAIL riporto alcune informazioni inerenti la responsabilità sociale delle imprese, che non è o non dovrebbe essere solo “facciata” ma un serio impegno delle aziende.
Ad elaborare i sette citati principi è stata l’Iso (International organization for standardization),che li ha raccolti nelle linee guida delle futura norma Uni Iso 26000

1. responsabilità che l’impresa deve assumersi rispetto al suo impatto sulla società e sullo sviluppo, accettando eventuali controlli;
2. trasparenza, in particolare rispetto ai suoi obiettivi di responsabilità sociale e alla provenienza delle risorse finanziarie;
3. etica: l’obbligo a comportarsi in modo onesto, rispettando le persone e l’ambiente;
4. rispetto degli stakeholders;
5. rispetto della legge;
6. rispetto degli standard di comportamento internazionali
7. rispetto dei diritti umani.


“Un’organizzazione riconosciuta dal pubblico come rispettosa dei diritti umani, dell’ambiente e dei diritti sindacali sarà anche maggiormente considerata sotto il profilo dell’affidabilità. La responsabilità sociale ha, infatti, evidenti riflessi sulla brand reputation, incidendo sul business”. In questo particolare momento di crisi economica “bisogna saper scegliere le opzioni che si caratterizzano per la qualità”, aggiunge Torretta 8presidente UNI), “e la responsabilità sociale è una scelta vincente per potersi qualificare rispetto all’offerta. Per far questo è necessario però un cambiamento culturale, cioè una crescita di consapevolezza rispetto a certi valori. Bisogna, quindi, promuovere le soluzioni di qualità e non le scelte più semplici che portano alla compressione del prezzo“.
L’elaborazione delle linee guida Iso 26000 ha riunito 400 esperti e 175 osservatori provenienti da 91 paesi in tutto il mondo
Non secondario è, infine, il ruolo dei consumatori, soprattutto nella richiesta di criteri validi per l’affidabilità delle imprese.
Molte aziende, in Italia, hanno adottato la certificazione SA8000, infatti l’Italia è il primo paese al mondo per numero di imprese certificate. L’elenco mondiale delle imprese con SA8000 è reperibile sul sito della SAAS

Al 31 marzo 2008 sono 1693 le imprese al mondo certificate con lo standard SA8000 di cui 795 in Italia e ben 219 in Toscana.
Riporto altri due link http://www.greatplacetowork.ch/it/gptw/index.php e http://www.greatplacetowork.ch/it/best/list-it.htm (la prima è Fater, manifatturiera, la seconda Microsoft e la terza Coca-Cola HBC)

Una prima critica propositiva: che le aziende pretendano dai numerosi fornitori (punto 1) il rispetto dei lavoratori, dei diritti e dei doveri, accertandosi che non ci siano lavoratori “in nero” e che rispettino l’ambiente e la legge. Lo so che è complicato, che non ci sono gli strumenti appositi e che tali attività sono di competenza di altre strutture dello Stato, ma proviamo a mettere in campo tutte le azioni utili al miglioramento della nostra condizione lavorativa.
Scrivo nostra per due motivi: nostra come lavoratori tutti (la divisione dei lavoratori è la vittoria di chi ha potere); nostra perché evitiamo una concorrenza sleale ed al ribasso dove proprio noi lavoratori tutelati ed in qualche modo “privilegiati” rispetto alla stragrande maggioranza dei lavoratori possiamo solo perdere (discorso un pochino egoistico ma molto veritiero). Se lavoriamo sulla qualità allora siamo competitivi con tutti oltre a lavorare con dignità e decenza; se la “mettiamo” sulla gara al ribasso, allora abbiamo già perso avendo smarrito, in molti, la voglia al sacrificio e soprattutto a non voler essere sfruttati.

Aggiungo che WIND ha anche altri tipi di certificazione oltre alla SA8000 che per “nostra cultura” (sono tutte volontarie ovvero per scelta aziendale) sono:
18001 (Gestione della sicurezza e salute dei lavoratori) da cui sono “nate” la guida OHSAS 18002 e il documento BS OHSAS 18001:2007
14001 (l’azienda deve dimostrare che l’organizzazione certificata ha un sistema di gestione adeguato a tenere sotto controllo gli impatti ambientali delle proprie attività, e ne ricerchi sistematicamente il miglioramento in modo coerente, efficace e soprattutto sostenibile)
9001 (Gestione della qualità del sistema di produzione indirizzati al miglioramento della efficacia e dell’efficienza della organizzazione oltre che alla soddisfazione del cliente)

Monaco di Baviera: No al nucleare ed al carbone, si all'energia rinnovabile

BERLINO – No al nucleare, no al carbone: siamo una metropoli tra le più moderne del mondo, vogliamo diventare una metropoli che usa e consuma solo energia ecologica, da fonti rinnovabili: eolica, solare, idroelettrica. La scelta è di Monaco di Baviera, la postmoderna, iperindustriale e ricchissima capitale bavarese. La quale ha deciso di approfittare del prossimo addio al nucleare per convertire a fondo la copertura del suo fabbisogno d’energia: prima, cioè dal 2015, la totalità delle utenze private, poi dieci anni più tardi, dal 2025, anche quelle industriali e commerciali dovranno ricevere dall’azienda dell’energia elettrica cittadina, la Stadtwerke Muenchen (SWM) soltanto energia ecologica.

E’ una scommessa nuova, probabilmente una novità in assoluto a livello mondiale: già esistono in Europa e altrove sulla Terra moltissimi villaggi e cittadine che usano solo energia ecologica e rinnovabile. Ma Monaco è una città di oltre un milione di abitanti nel cuore del vecchio continente, una metropoli prospera e pulsante, una locomotiva economica e finanziaria della Ue: ospita le case madri di aziende global player come Bmw o Siemens, come European Aerospace Eads o il colosso assicurativo Allianz, solo per citarne alcune.

La Baviera, si sa, è uno degli Stati più conservatori della Germania, governato dalla Csu, unione cristianosociale, partito fratello locale della Cdu di Angela Merkel. Ma nel bastione cristianoconservatore la capitale Monaco è un’eccezione: la guida da anni il popolare borgomastro (sindaco) socialdemocratico (Spd) Christian Ude, alla testa di una giunta composta dal suo partito e dai Verdi. Ed è stata la giunta a lanciare il programma di riconversione totale della produzione di energia cittadina.

SWM è l’unica azienda produttrice di elettricità a dimensione cittadina e non regionale o nazionale che in Germania sia rimasta proprietà del comune: le altre sono state privatizzate. E così SWM, di cui sono clienti il 95 per cento degli abitanti della città, negli anni del boom di Monaco, è diventata il quinto produttore tedesco di energia, dopo i colossi Eon, Enwb, Vattenfall e Rwe. Siccome la centrale nucleare di Isar 2, che attualmente fornisce il 25 per cento del fabbisogno di energia della città, verrà spenta nel 2020 nel quadro del programma tedesco di addio all’atomo civile, Monaco ha fretta.

La SWM sta investendo alla grande in progetti per la produzione di energia rinnovabile ovunque: dall’Andalusia, dove finanzia al 50 per cento un’enorme centrale solare che sarà pronta nel 2011, fino a un enorme parco eolico nel Mare del Nord. Ironia della sorte: gli investimenti sono possibili grazie agli utili realizzati ancora dalla centrale nucleare.

(12 settembre 2009)
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/ambiente/monaco-ecologica/monaco-ecologica/monaco-ecologica.html

Beghelli lancia il fotovoltaico a concentrazione domestico

Prendi un pannello solare, riduci di tre volte le dimensioni a parità di “potenza” e taglia il prezzo. «E’ il futuro dell’energia solare, destinata ad alimentare tutti i bisogni energetici del nostro pianeta» azzarda il premio Nobel per la fisica Zhores Alferov. Sua la tecnologia di base. Ma a tradurla in pratica è l’italianissima Beghelli, con un prototipo già realizzato e la promessa di commercializzare i nuovi pannelli fotovoltaici elettronici ad alta concentrazione entro fine anno, ingaggiando un testa a testa con le più avanzate industrie mondiali del settore. Il lancio ufficiale – anticipa il presidente Gianpietro Beghelli – avverrà con la riconversione all’energia solare di un ospedale a Cuba e con una iniziativa di assistenza in Africa che donerà energia ad una missione dei salesiani.

Genio da Nobel e ingegneria italiana. Tutto nasce dalle idee sfornate da Alferov alla fine degli anni ’50, sperimentate con i satelliti russi Sputnik. E ora «i grandi passi avanti nella microelettronica hanno permesso il miglioramento dei parametri di produzione delle celle solari che, già applicati all’ingegneria aerospaziale, possono avere un effettivo impiego anche in ambito terrestre» rimarca Alferof. Che traccia la nuova frontiera: «le celle solari di nuovo tipo consentono di superare la soglia del 38% di efficienza, con l’obiettivo di raggiungere il 55% nell’immediato futuro».

Potenza e assoluta convenienza, promettono gli artefici, anche se per ora non azzardano confronti di prezzo con i pannelli già esistenti: appuntamento in autunno. In ogni caso «con gli attuali incentivi del conto energia un impianto può essere largamente ripagato in meno di dieci anni con almeno venti anni di vita operativa».

Per ora accontentiamoci di ciò che esibisce il prototipo: le celle a tripla giunzione a base di gallio, germanio e indio occupano ciascuna un quadratino di 3 millimetri contro i 110 mm di quelle a silicio cristallino. Ogni modulo fotovoltaico di questo genere promette una potenza di 150 watt racchiusa in meno di un metro quadro con un peso inferiore ai 30 chili.

Federico Fendina
Fonte: Il Sole 24 ore